Tre riflessioni sulle elezioni regionali #SAR2014

Lo dico sin dall’inizio per evitare polemiche inutili: io non sono uno degli indecisi che sta ancora valutando chi votare alle elezioni regionali, il prossimo 16 febbraio. Non sono un giornalista (né credo che i giornalisti debbano essere imparziali), né un militante o un candidato per nessuno dei partiti di cui parlo qui sotto. Il mio sostegno va a Sardegna Possibile. Perciò chi lo desidera, e non è disturbato da un’interpretazione assolutamente schierata e parziale della campagna elettorale in corso, può proseguire nella lettura. Quelle che seguono sono le ragioni per cui considero le coalizioni di centrodestra e centrosinistra inadeguate a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni, le stesse per cui credo invece che quella di Sardegna Possibile sia una proposta coerente che vada considerata con molta attenzione.

Ugo Cappellacci (centrodestra)

Eletto cinque anni fa con lo slogan la Sardegna torna a sorridere, forse il governatore uscente non si aspettava una simile congiuntura di eventi negativi concentrati proprio negli ultimi venti giorni della sua campagna elettorale.

Il 22 gennaio l’UE contesta i finanziamenti pubblici alla Flotta Sarda, fiore all’occhiello del mandato di Cappellacci: la Saremar dovrà restituire 10,8 milioni di euro alla regione. Cappellacci annuncia un ricorso, ma anziché provvedere a tranquillizzare i lavoratori della compagnia (che nel caso il ricorso non dovesse andare a buon fine saranno probabilmente vittime di massicci licenziamenti), accusa Michela Murgia di essere finanziata da Vincenzo Onorato[1], il quale annuncia immediatamente una querela per il governatore.
Neanche il tempo di riprendersi e arriva la minaccia di una sanzione fino a 250mila euro da parte dell’AGcom per la violazione delle regole di par condicio sul sito della regione: Cappellacci aveva pubblicato una sezione, Detto fatto, con cui pubblicizzava l’operato della propria giunta a spese dei contribuenti. Costretto a correre ai ripari, elimina il link nel giro di poche ore.

La coalizione di centrodestra, nonostante la martellante propaganda del leader in merito a rivendicazioni autonomistiche (di tanto in tanto sconfinano in un indipendentismo sardista di bassa lega) che trovano espressione nei partiti pro-zona franca integrale, ospita anche partiti nazionalisti[2] come Fratelli d’Italia, che già in queste ore si sono opposti all’eventuale referendum per l’indipendenza dell’Isola proposto da Cappellacci e PSd’Az, in sostanza solo l’ennesimo tentativo di pesca a strascico del fallimentare governatore.

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro: vale la pena ricordare che Cappellacci si trova al suo posto in seguito ad una una campagna serrata che ha visto come unico protagonista un Silvio Berlusconi in forma smagliante, nel 2009, dopo la distruzione pubblica di Renato Soru e della famigerata “legge salvacoste”. Allora Cappellacci venne eletto anche grazie al sostegno politico degli imprenditori del mattone di ogni parte dell’isola che non vedevano l’ora di liberarsi dei vincoli troppo rigidi imposti da Soru. A sentirlo scandire gli slogan della campagna elettorale odierna, sembra quasi che il tempo si sia fermato a cinque anni fa, e che tutto ciò che è avvenuto nel frattempo vada considerato, nel migliore dei casi, come un necessario e inevitabile periodo di preparazione / meditazione.

Francesco Pigliaru (centrosinistra)

Poi c’è l’economista Francesco Pigliaru, figlio del grande giurista e studioso di Gramsci Antonio Pigliaru, già ex assessore della giunta Soru, candidato dal PD dopo il ritiro forzato di Francesca Barracciu (ma non tesserato PD) e accolto con entusiasmo dal variegato mondo della coalizione del centrosinistra sardo (comunisti, indipendentisti/sovranisti, zonafranchisti critici, ecc.).

La dote fondamentale del candidato è senza dubbio la competenza: è unanime il coro che definisce il professore “preparatissimo”, con tutti i requisiti necessari per occuparsi del governo dell’isola. Questo un po’ mi sorprende, perché dimostra come l’urgenza di presentare un volto credibile abbia fatto chiudere gli occhi a molti sui contenuti dell’economista Pigliaru, che in più occasioni non ha certo nascosto il suo sostegno alle misure di austerità imposte dalla troika nel 2011/2012 e applicate dal governo Monti, né tantomeno il suo essere tifoso della riforma del lavoro di Pietro Ichino; Pigliaru è convinto che Marchionne abbia ragione e che la ricetta per la crescita sia un aumento della produttività e un ripensamento del lavoro in base alla concorrenza dei mercati cinesi, in nome della competitività. Insomma, un esponente di quella che lui stesso definisce “un’altra parte della sinistra”[3]: per volergli bene, come minimo bisogna guardare al centro.
Pigliaru si definisce un renziano “della prima ora”, e intende far sì che la Sardegna diventi un terreno di sperimentazione per le riforme del mercato del lavoro di cui abbiamo parlato poco sopra (è utile ricordare che con il Dlgs 180/2001 lo Stato delega alla regione alcune funzioni amministrative in materia di lavoro):

[...] succede che la mia cultura economico-politica sia molto vicina a quella che Renzi ha portato dentro la segreteria del PD. Quando parliamo di stare molto attenti nell’aiutare i disoccupati a trovare nuova occupazione stiamo parlando di quei pezzi di visione “moderna” dell’essere di sinistra che Renzi incarna benissimo oggi. [...] Io credo che la Sardegna potrà essere una regione in cui si faranno in anticipo rispetto a ciò che succederà nel prossimo governo Renzi alcune politiche moderne del mercato del lavoro, politiche attive a favore della disoccupazione, e naturalmente dell’istruzione e della formazione. [4]

Forse vale la pena ricordare che l’unità di intenti con il nuovo segretario del PD si traduce in progetti di riforma del mercato del lavoro mirati alla progressiva riduzione degli impedimenti legislativi ai licenziamenti e al potenziamento del lavoro flessibile. In altre parole, una “evoluzione intelligente dei modelli di lavoro” che punta dritta all’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, quello che in casi specifici tutela i dipendenti dai licenziamenti ingiustificati, ed è considerato un vincolo insostenibile da un fronte trasversale che da tempo cerca di eliminarlo, arrendendosi all’ultimo momento per timore di scatenare una rivolta.
Naturalmente non c’è traccia esplicita di questo nel programma: piuttosto, si legge l’intenzione di investire molte risorse nella riorganizzazione dei CLS (Centri di Servizi per il Lavoro, pp. 9-10), affidando a questa interfaccia tra disoccupati e mondo del lavoro il compito di censire le forze e redistribuirle dove il mercato le richiede. La regione in tutto questo si limita a incentivare apprendistati, finanziare tirocini formativi coi voucher per le fasce disagiate, in generale promuovere contratti di lavoro atipici e flessibili. Tutta un’altra storia rispetto all’idea di intervento diretto della regione che caratterizza i micro-modelli di Sardegna Possibile, di cui parlerò più avanti.

Non intendo entrare nel merito delle scelte di IRS e Partito dei Sardi (su quest’ultimo avevo già scritto qualcosa l’estate scorsa); sottolineo solo che le dichiarazioni dei leaders di questi partiti si limitano a “Pigliaru ci ha promesso attenzione riguardo a [istanza X]“, “il nostro appoggio è per Pigliaru e non per il PD”. Nel concreto, il programma parla di una revisione dello statuto, del rafforzamento del sistema autonomistico (p. 50) per proseguire lungo una “storia autonomistica di cui siamo fieri” (p. 4). Non c’è traccia di “sovranità” e “indipendenza”. Non ho idea di quale sia l’autonomismo di cui andare fieri, né quali accordi abbiano stipulato con Pigliaru indipendentisti e sovranisti, ma sono sempre stato dell’idea che le battaglie genuinamente indipendentiste non possono essere condotte al fianco dei partiti italiani, con cui si riproporrà il solito conflitto di interessi, e purtroppo non c’è verso di convincermi del contrario.

Michela Murgia (Sardegna Possibile)

Con  il delinearsi del carattere di Sardegna Possibile e l’avanzare della campagna elettorale, Michela Murgia ha progressivamente spazzato via una “sensazione” di qualche mese fa, quando il progetto pareva imbevuto di post-ideologia in stile M5S, con il tema del’indipendentismo tenuto un po’ in sordina per non spaventare l’elettorato che aveva meno confidenza con le sue evoluzioni degli ultimi anni. In una recente intervista a Micromega, la scrittrice ha strutturato con più precisione ciò che chi la segue poteva già intuire da tempo, ma che tuttavia andava messo nero su bianco:

Pd e Pdl sono figli della stessa razza, hanno prospettive e consorterie comuni. Mentre tra destra e sinistra rimane una profonda differenza. Non aborro le ideologie. Io non li chiamo clandestini ma cittadini, credo nella priorità della scuola, della cultura, nella tutela dei beni comuni. La sicurezza non si elargisce con maggiore controllo o sanzione bensì con equità e giustizia sociale. Non condivido l’ideologia meritocratica: ci deve essere uno sbarramento minimo di dignità per dare a tutti gli stessi benefici, anche a chi privo di strumenti.

In questo momento chi attacca Sardegna Possibile e Michela Murgia, tacciando lei e il suo gruppo di qualunquismo e di riproporre il cliché “né destra, né sinistra”, dopo la pubblicazione del programma e le dichiarazioni di intenti, sta dicendo una banale falsità: fa soltanto un calco delle categorie preconfezionate in voga nel discorso politico italiano, a scopo esclusivamente propagandistico. Dovrebbe essere chiaro, invece, che a livello ideologico il PD non sta a sinistra in misura molto maggiore di quanto il PDL (o ciò che ne rimane) non sta a destra, ma soprattutto che secondo il punto di vista di Sardegna Possibile non si possono che considerare PD e (ex)PDL come due facce dello stesso sistema di potere decentrato che nei decenni di autonomia ha messo la regione in ginocchio. Dunque non “destra” e “sinistra” in quanto ideologie: si parla di partiti italiani in senso stretto. Questo è il motivo per cui gli attacchi verso Michela Murgia arrivano con la stessa violenza da entrambi gli estremi del poverissimo spettro del bipolarismo nazionale: in un primo tempo si è persino arrivati a chiedere su uno dei più importanti quotidiani regionali il ritiro della lista dalla competizione elettorale, per non intralciare la marcia di Francesco Pigliaru verso Villa Devoto.

Una delle grandi sfide di Sardegna Possibile è riuscire a dimostrare alla maggioranza del popolo sardo che l’indipendentismo non mette i brividi e non rischia di riportare l’isola nel medioevo, o peggio di segregarla in un embargo, ma rappresenta solo una presa di coscienza collettiva che in molti casi è già matura, e che occorre solo mettere a fuoco:

La Sardegna è un’anomalia: al fattore sinistra si associa il tema dell’indipendentismo. A noi interessa dare soggettività politica ai sardi, non moralizzare il Pd o lavorare per costruire nuove liste nazionali. Voglio vedere la mia terra felice e autogovernarsi. Siamo il serbatoio energetico del Paese e abbiamo rinunciato alla nostra vocazione agricola. Vogliamo, insieme, raccontare una storia in cui non si è più servi di nessuno. E l’indipendenza nasce innanzitutto sul piano culturale, solo dopo si tramuta in proposta politica.

Michela Murgia dice che la Sardegna è un’anomalia, e se guardiamo alla genesi di Sardegna Possibile e all’insieme di ideali che stanno alla base del progetto, anche il progetto stesso è un’anomalia non da poco nello scenario politico nazionale. Si tratta innanzitutto di un movimento esclusivamente sardo, nato per iniziativa del partito indipendentista ProgReS e del tutto staccato dai partiti presenti sul resto del territorio nazionale (a differenza, ad esempio, del M5S che è nato a livello locale, ma già diffuso su scala nazionale). In secondo luogo, Sardegna Possibile aumenta il proprio consenso proponendo una via d’uscita a sinistra dalla crisi economica che schiaccia la Sardegna, in una nazione che si sta inclinando sempre più a destra, dove il tema della flessibilità del lavoro è considerato patrimonio di una “nuova sinistra”, e il M5S deve scendere a compromessi con la destra e strizzare l’occhio all’elettorato conservatore su alcuni temi, perché altrimenti rischia di perdere voti. Collocarsi chiaramente a sinistra non è una possibilità contemplata dai cultori del post-ideologico, sempre meno dal centrosinistra nazionale.

Le idee in materia di lavoro sono radicalmente diverse da quelle del candidato di centrosinistra, e sono strettamente correlate alla necessità di un progressivo spostamento del “baricentro” in Sardegna, e della creazione di un sistema particolare generato dal basso. Il programma è dunque il frutto di un lungo percorso di dialogo attraverso la tecnica degli OST, iniziato nell’ottobre scorso.
La parola d’ordine di Sardegna Possibile è dunque micro-modelli: si tratta di una politica del lavoro strutturata secondo le esigenze dei singoli territori, concordata con le comunità interessate e finanziata direttamente dalla regione per i primi tre anni.

Gli ambiti prioritari d’azione dei micro-modelli sono l’industria e la nuova industria, l’agricoltura, l’artigianato tecnico e artistico, l’istruzione scolastica, la cultura e i beni culturali e identitari e il turismo. Per ognuno di questi ambiti (e in combinazione trasversale) è previsto il varo immediato di un numero variabile di modelli triennali (da 40 per l’agricoltura a 10 per l’istruzione) nel primo anno, un numero pari nel secondo anno e un numero doppio per il terzo anno di attività, quando i risultati dei primi due anni offriranno una base di verifica sufficientemente certa.

Lo sguardo è rivolto verso il definitivo abbandono di modelli lavorativi imposti dall’esterno e la bonifica e riqualificazione delle vecchie aree industriali in favore di un modello sostenibile. L’effetto secondario, ma non meno importante, è l’impatto che una simile politica avrebbe sulla società sarda, per quanto riguarda la conservazione delle particolarità e l’arresto del declino di un patrimonio culturale legato ai mestieri in via d’estinzione, inevitabilmente sacrificati per correre dietro all’ultimo “salvatore” dell’isola, proveniente talvolta dai paesi più improbabili, che “porta lavoro” perché “ha i soldi”. Si riparte dalle comunità, si tutela il piccolo.

Le ricette capitaliste hanno fallito. E in Sardegna abbiamo sperimentato con successo la realtà del Sardex: un sistema di credito che coinvolge 2mila aziende sarde e ha generato un circuito reciproco di credito, come fosse una moneta complementare. Al suo interno circolano quasi 6 milioni di euro ed è in crescita del 300 per cento. È una risposta anticapitalistica, che sottrae potere alle banche.

Ciò che mi ha colpito di più dell’idea di Sardegna Possibile è il desiderio, che traspare forte da ogni riga del programma di governo, di rafforzare i legami all’interno della società sarda, di creare un senso di comunità sempre più forte e dimostrare che l’alternativa alla frammentazione e alla dispersione esiste, ma va coltivata e promossa attraverso ogni azione politica. Alla faccia di chi pensa ancora che esistano cose “da fare” e basta, al di là della politica, prive di qualunque valenza ideologica e immuni da conseguenza a catena. Le proposte mi convincono e mi fanno sperare per il meglio. Il mio in bocca al lupo va dunque a Michela Murgia e alla squadra intera: che questa terra torni a sorridere davvero, una volta tanto.

  1. [1] Da un post sulla pagina facebook di Cappellacci, il 23 gennaio: «Infine comprendo che mi definisca un “pessimo ex armatore”, visto che conoscerà armatori sicuramente più “bravi” del sottoscritto, ma non altrettanto attenti agli interessi dell’isola. Temo che quando immagina una nave e scrive “a noi sardi il compito di rimetterla in piedi” qualcuno le possa rispondere: “Iamme”». Due miei commenti negativi sono stati immediatamente cancellati da Cappellacci o dal suo staff.
  2. [2] Mi riferisco, naturalmente, al nazionalismo italiano.
  3. [3] http://francescopigliaru.blogspot.it/2012/01/riforme-per-crescere-flexecurity-e.html
  4. [4]Faccia a faccia con Francesco Pigliaru“, andato in onda su Videolina il 23 gennaio 2014.

Tradurre in Gallurese

Quando muore una lingua, muore con essa un mondo possibile. In questo non c’è sopravvivenza dei più forti. Persino quando è parlata soltanto da una manciata di persone, dai sopravvissuti perseguitati di comunità sterminate, una lingua contiene in sé il potenziale illimitato di scoperta, di ri-composizioni della realtà, di sogni strutturati che noi chiamiamo miti, poesia, ipotesi metafisiche e discorso giuridico. (Steiner)

Ho voluto iniziare questa riflessione sulla lingua Gallurese citando un libro fondamentale per qualunque traduttore, Dopo Babele, del grande linguista George Steiner. Chiaramente non intendo affermare che la nostra sia una lingua in via di estinzione come quella parlata da una manciata di sopravvissuti allo sterminio di una comunità; se ci pensiamo bene, però, la nostra comunità e la nostra lingua subiscono ugualmente un deterioramento inesorabile, dovuto a fattori che si presentano molto più diluiti nel tempo e nella forma. Forse tutto ciò è meno brutale di un attacco programmato e palese, ma è in grado di portare lo stesso all’estinzione la lingua, e dunque alla perdita irrimediabile del patrimonio culturale che essa esprime, rendendolo del tutto accettabile dalla maggior parte di noi perché avvertito come inarrestabile.

Con una lingua non muore solo un dizionario o qualche modo dire: è la possibilità stessa di rappresentare un mondo unico e differente che viene a mancare, e questo è uno dei temi principali di Dopo Babele. In questo breve post voglio parlare di come io ho deciso (nel mio piccolo, e senza la presunzione di voler fare qualcosa di risolutivo) di affrontare la scomparsa progressiva della lingua Gallurese con un’operazione che mi diverte moltissimo e che mi permette di imparare un’infinità di cose: la traduzione dei classici della letteratura.

Il Gallurese, così come il Sardo nelle sue varietà, è una lingua che storicamente si è prestata poco alla prosa letteraria, con l’unica eccezione della prosa ecclesiastica. I sardi, infatti, “hanno sempre usato la lingua sarda solo per la poesia, mentre per la prosa hanno utilizzato la lingua del dominatore – spagnolo e italiano” (Wagner). Così anche in Gallura è fiorita una tradizione di poeti popolari, soprattutto a metà dell’ottocento (Pétr’alluttu, Préti Mical’Andria, Ghjasèppa di Scanu, Curruléddu), ma di prosatori neanche l’ombra. È da notare che la classe culturale che ruotava intorno alla produzione poetica proveniva spesso da ambienti ecclesiastici.

L’inutilizzo del Gallurese come lingua scritta fa sì che ancora oggi, per il parlante madrelingua medio, la lettura di un testo risulti bizzarra e difficoltosa. Le poesie vengono lette un po’ a tentoni, inciampando fra le righe, perché la parola scritta non è collegata facilmente a quel suono che invece è così familiare nella lingua parlata. Questa inadeguatezza pratica del Gallurese (come delle altre lingue della Sardegna) si è aggravata terribilmente nel secolo scorso, con la diffusione della scolarizzazione, e ha subìto un colpo mortale con l’arrivo delle radio e delle tv nelle case, e dunque con l’italianizzazione della Sardegna. Credo valga la pena ricordare che il Gallurese era la lingua materna fino a qualche decennio fa, e in molti casi lo è ancora: l’attuale “declassamento” a dialetto non è altro che una situazione indotta dalla diffusione dell’italiano. Le condizioni che determinano lo status di lingua o dialetto sono di natura più politica che tecnica, come sappiamo.

Sebbene gran parte della popolazione fosse analfabeta e non venisse insegnato in nessuna scuola, il Gallurese ha avuto sempre un’ordinamento strutturato e versatile, un sistema grammaticale molto più solido di quanto non lo sia ora, e questo presso i parlanti di tutte le fasce sociali. Secondo le statistiche nel 1861 il 91% dei sardi era analfabeta, dunque utilizzava soltanto la lingua locale. Nel 1951 la quota era scesa al 22%.

Tutte le lingue si evolvono nel tempo e al contatto con le altre culture, e spesso è molto difficile distinguere fra l’introduzione di una variante “giusta” o “sbagliata”. Nel Gallurese sono riconoscibili prestiti che risalgono alle dominazioni passate, e spesso si trovano prestiti di seconda mano, modellati nel corso del tempo dal passaggio per diversi continenti. È impossibile stabilire a tavolino se un termine straniero debba essere tradotto o meno nella lingua che lo accoglie, e ogni cultura si comporta in modo diverso nei confronti dei prestiti da altre lingue. Per questo è spesso scivoloso fare i “puristi”, e definire estraneo al Gallurese un termine italiano galluresizzato se questo è entrato ormai nel linguaggio comune, magari rimpiazzando una parola antica, o specificandone il significato generico. Chiaramente questo discorso è più difficile da accettare nel caso in cui alcuni termini specifici, che descrivono precisamente la realtà, vengono sostituiti da calchi presi dall’italiano, spesso per inerzia, sia a livello lessicale che sintattico.

Lu ‘Indiolu di Parafulmini

Nei periodici locali è molto diffusa la pratica di raccogliere degli elenchi di parole antiche, che fanno parte del lessico di un Gallurese ormai dimenticato, allo scopo di contrastare il declino che è sotto gli occhi di tutti. È un vero peccato che certi vocaboli si siano dimenticati, e su questo siamo tutti d’accordo; ma anziché riportarli alla luce e poi renderli di nuovo vivi nel linguaggio corrente, ci piace più osservare queste parole esotiche imbrigliate nel passato, immobili in una teca dove non possono più parlare in modo autentico a nessuno. Spesso ce ne vergogniamo un po’, pensando che i nostri antenati devono essere stati proprio dei tipi bizzarri per parlare in quel modo, e sorridiamo straniti quando qualcuno le pronuncia ancora. La consuetudine è più forte della consapevolezza di non parlare più quel Gallurese, ma piuttosto il risultato di una mescolanza con l’italiano.

Nella stesura della traduzione di questo racconto di Herman Melville ho voluto evitare il tipo di operazione che ho descritto poco fa, cioè quella che mi ricorda un po’ il restauro d’antiquariato. La mia intenzione non è stata quella di fare una traduzione per ottenere un risultato più folcloristico che filologico. Ho cercato invece di modellare il testo a partire dalla lingua viva, quella che usiamo tutti i giorni, eliminando però quello che nel Gallurese corrente viene spesso sostituito con l’italiano per pigrizia, o per quella sorta di pudore verso un lessico visto ormai come difficile o superato.

Il testo si allontana inoltre dal Gallurese più “ufficiale”, rispecchiando piuttosto la parlata tipica del Gallurese trinitaiese-aggese, immediatamente riconoscibile da chi abbia dimestichezza con la lingua. Questo è dovuto, oltre che all’assenza di una vera e propria ortografia riconosciuta[1], al forte desiderio di far parlare il racconto in nuova lingua autentica, così da renderla il meno possibile distante dalla realtà a cui fa riferimento, e il più possibile fedele ai molteplici livelli di contenuto che una scrittura complessa come quella di Herman Melville esprime dietro ogni virgola.

Puoi leggere la mia traduzione di Lu ‘Indiolu di Parafulmini a questo indirizzo: http://www.lerotte.net/index.php?id_article=233

Consigli di lettura

Cossu, G., Fresi, F., a cura di (1988) I poeti popolari di Gallura, Cagliari, Edizioni Della Torre.
Steiner, G. (2004) Dopo babele, Milano, Garzanti.
Wagner, M. L. (2001) La lingua sarda, Nuoro, Ilisso.

  1. [1]

    Giulio Cossu e Franco Fresi non sarebbero d’accordo: nel volume I poeti popolari di Gallura presentano le poesie di cinque rimatori galluresi dell’ottocento “con la grafia unificata proposta alcuni anni fa da Giulio Cossu, [...] ora largamente accettata da chi scrive in gallurese” (p. 10). Tuttavia nella pratica le regole stabilite per quei testi vengono spesso infrante in modo arbitrario, e non si può dire che ci sia una coscienza diffusa su quale sia la forma corretta da utilizzare per alcuni suoni; di questo parlerò in seguito.

«Fino a ieri, da noi, esisteva un capitalismo addomesticato dallo Stato sociale, il citatissimo “capitalismo renano”, sorto all’insegna di una grandiosa utopia redistributiva. Nel corso degli ultimi cinquant’anni è diventato un potente sistema di assistenza sociale, un sistema quasi-matriarcale, se così si può dire. Per esprimerci in termini psicodinamici, il welfare state occidentale è il tentativo di sostituire lo Stato Padre con lo Stato Madre. In tal modo, dissolvendo la veneranda associazione tra paternità e potere statale, e sostituendola con uno Stato dalle tendenze materne, si intaccò uno dei codici più antichi delle civiltà avanzate. Ho cercato di esplorare proprio questo aspetto nelle mie ultime pubblicazioni, soprattutto nel saggio sulla storia della globalizzazione apparso con il titolo Il mondo dentro il capitale. Ebbene, questo sistema ha tuttavia un mondo esterno, dove però non può affermarsi la seducente tesi di un capitalismo sirenico e materno. In parte, la differenza interno-esterno va a illustrare anche l’opposizione tra pienezza e penuria. Di questo Heiner Müller fu piuttosto consapevole, visto che nel 1995 osservò: “Contro la cruciale menzogna comunista: o tutti o nessuno, Hitler oppose la massima: per tutti non bastaHitler andò al nocciolo della questione già nel suo discorso all’associazione degli industriali nel 1932: lo standard di vita della razza bianca può essere garantito solamente abbassando quello delle altre razze. La selezione è sempre il principio cardine degli Stati industrializzati. Su questo aspetto Hitler ha vinto”. Questo messaggio rivela oggi tutta la sua asprezza, proprio quando il capitalismo matriarcale ha raggiunto il livello avanzato che vanta attualmente. Per la prima volta si può cogliere con durezza la sua incapacità di generalizzarsi. Di questo gli ecologi ci avevano avvertito molto tempo fa: se trasferiamo a tutta la popolazione mondiale il consumo energetico e, in generale, lo sfruttamento delle risorse naturali che caratterizza americani ed europei, in un brevissimo arco di tempo avremo il collasso di tutti gli ecosistemi. Il dogma di Hitler risulterà comprensibile alle grandi moltitudini quando il consumismo psichedelico sarà abbastanza sviluppato da non poter più diventare lo standard generale. Ciò vale, in termini assai peculiari, per l’attuale stile di vita occidentale, nel quale si è affermata la definizione dell’essere umano come metabolismo che massimizza, su un ampio fronte, lo scambio di risorse. Questo potrebbe essere il momento in cui finirà per manifestarsi la ricodifica del capitalismo nel senso delle figure autoritarie.

Ammetto che, in una situazione del genere, possa avere spazio anche una politica della nostalgia. Essa promuoverebbe il ritorno a stili di vita frugali. Ma, per il momento, preferisco porre al centro della riflessione il dato di fatto che gli stili di vita impostisi all’interno della grande bolla matriarcale del vizio non siano generalizzabili e che la politica riconducibile a questa nuova visione mi sembri essere il capitalismo neoautoritario qui descritto. L’autorità ha sempre a che fare con la gestione della penuria. La formula “lusso per tutti”, che descrive il nostro contratto sociale occulto, si approssima all’esaurimento. Il paradosso costitutivo del nostro modo di vivere è saltato in aria: la massima “per tutti non basta” s’impone adesso con crescente asprezza. Per gli individui esclusi dalla sfera del comfort, esclusi sia all’interno sia all’esterno della sfera, il ritorno alla politica della mano pesante è dunque la soluzione più probabile, inclusa una certa ri-patriarcalizzazione.»

– Il testo è tratto dall’intervento di Peter Sloterdijk in Il capitalismo divino: colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione, a cura di Marc Jongen, ediz. ital. di Stefano Franchini, Mimesis, Milano, 2011, pp. 80-82.

La campagna indipendentista per le regionali 2014, vista da fuori

[…] provate a mettervi in bilico, come se foste dentro quell’infinitesimo e infinito istante in cui si annuncia che i voti favorevoli in un referendum di indipendenza sono la maggioranza, o nel momento in cui scocca la mezzanotte che separa il giorno prima dell’indipendenza e il giorno dopo in cui si è un nuovo Stato del mondo. Se ci riuscite sentirete tutta la vorticosa forza della circolarità creatrice. Quella che tiene insieme sovranità e indipendenza. Indipendenza e sovranità. Quella forza creatrice che si rinnova ogni giorno, anche nel più piccolo gesto, quando riusciamo a tradurre in pratica di cambiamento della società sarda la nostra coscienza nazionale di popolo, o quando in una piccola azione di trasformazione della realtà riscopriamo quale sia il gusto e quanto sia giusto diventare indipendenti. Guai dunque a chi rompe la circolarità. Viva invece chi ogni giorno lega, per il bene dei sardi e della Sardegna, la sovranità e l’indipendenza.

Queste sono parole dall’irrequieto Franciscu Sedda, semiologo, già co-fondatore di iRS, passato a ProgReS e in seguito uscito dal partito per curare il progetto Fiocco Verde, ora animatore del progetto Is Novadores ecc., che si avvita un una pericolosa speculazione sul tema “indipendenza e sovranità”. Di fatto, Sedda ha dato vita ad un soggetto politico insieme a Paolo Maninchedda, già PSd’Az (con Cappellacci alle ultime elezioni), in vista di un’ingresso nell’area del centro-sinistra sardo (in poche parole, si alleano col PD). La proposta del Fiocco Verde di istituire un’agenzia sarda delle entrate, inoltre, sebbene fosse stata definita tecnicamente a-partitica, è stata il trampolino di lancio per la nuova mossa politica di Sedda, che ha messo questo provvedimento in cima alle priorità del suo programma elettorale. Il motivo dell’ingresso nel centro-sinistra sarebbe la necessità di un passaggio graduale verso l’indipendenza, che non si può ottenere essendo solo duri e puri. Si cerca di sdoganare il famigerato unionismo, in pratica. La posizione di Sedda è oggetto di continue critiche da parte di A Manca pro s’Indipendentzia: Cristiano Sabino, in un articolo su ilminuto.info, parla dell’invasione di “ultracorpi” dalle ambizioni piccole piccole:

In prima fila c’è Francesco Sedda, che dopo aver giurato e spergiurato sul fatto che il Fiocco Verde non era una mossa elettorale pone al centro delle sue trattative con il centro sinistra proprio l’agenzia sarda delle entrate del fiocco verde. C’è Maninchedda, l’uomo prendi i voti e scappa che, disossato il Psdaz, sta cercando approdi più gratificanti. C’è Mr 44/88 Muledda e le sue letterine al “compagno Bersani”, che si atteggia a Caronte dell’indipendentismo verso il centrosinistra italiano (leggi l’articolo). Questi i primi ad esporsi e a fare outing, ma la lista è drammaticamente destinata ad allungarsi. Le ragioni della svendita sono quelle di sempre: “bisogna pur entrare nelle istituzioni”, “anche nei partiti italiani ci sono sardi”, “li contaniamo dall’interno”, ecc. […] In effetti quello che viene fatto passare come grande strategia entrista non è altro che un’opera da mendicanti di sediette (poltrone è una parola grossa). La realtà è questa: l’indipendentismo rischia di essere ostaggio delle ambizioni personali di una serie di personaggi pronti a svenderlo per un piattino di lenticchie. Con tutta probabilità avremo ultracorpi “sovranisti” ovunque: chi andrà con M5S esaltandandone i temi anticorruzione, chi con il PD per non si sa quale motivo, chi con SEL perché sono sensibili alle tematiche ecologiche, chi con Cappellacci per i suoi spot su zona franca e flotta sarda. Ultracorpi ovunque, tutti alla ricerca di briciole più o meno sostanziose.

A Manca, da parte sua, ha lanciato da tempo l’idea di un blocco nazionale indipendentista, auspicando l’unione di tutte le forze indipendentiste, necessaria anche per superare lo sbarramento del 15% imposto dalla legge elettorale approvata di recente. La proposta non è certo nuova nel suo genere: molte forze più o meno indipendentiste fremono già dalla voglia di creare listoni accomunati dall’obiettivo dell’indipendenza, a patto di stare dietro la cattedra a guidare la coalizione. Così il Laboratorio Gallura ha iniziato a convocare rappresentanti di tutti gli schieramenti ad assemblee che si tengono a Olbia (ottenendo, da poco, il rifiuto netto di A Manca), mentre Michela Murgia ha dato un preavviso di un mese prima di sciogliere le riserve sulla sua candidatura con ProgReS, il 3 agosto, tempo che sta utilizzando per cercare di riscuotere il consenso necessario a creare una coalizione di forze indipendentiste da presentare alle elezioni con un progetto credibile. Neanche questa mossa è piaciuta a quelli di A Manca, che la scrittrice ha liquidato malamente in un passaggio di un’intervista al sito sassarinews:

Il secondo filone è di tipo ideologico: quasi tutti i movimenti indipendentisti, in quanto movimenti di liberazione, vengono dalla sinistra extraparlamentare. Alcuni hanno mantenuto questa connotazione per cui non sognano solo la Sardegna indipendente ma indipendente-socialista. E questo fa capire come sia un doppio salto carpiato da un trampolino rotto.

Da qui in poi, ho perso il filo. iRS ancora tace. Gli altri partitini non contano nulla. Che sta succedendo al mondo indipendentista sardo? Si sta già arrivando a stracciare tutto per poi riproporre la situazione da incubo del 2010? Spero che almeno stavolta si trovi l’umiltà necessaria per accettare di fare da gregari quando il progetto più credibile prenderà forma, e questo sarà possibile solo se ci sarà una volontà reale di creare un blocco dove nessun partito singolo sia predominante rispetto agli altri e accetti di cedere il passo, e non è facile. A leggere certe cose ho paura che vada a finire con ogni partito che propone ostinatamente la sua coalizione di partiti indipendentisti e finisce con l’allearsi solo con sé stesso. L’altra strada, invece, potrebbe portare dritti a quell’anno zero dell’indipendenza di cui parla Nicolò Businco su sardiniapost, un momento in cui «l’indipendenza potrebbe per la prima volta uscire dalla carta dei programmi e confrontarsi con la realtà politica», magari bruciando alla partenza chi ha deciso di passare alle marce ridotte per eccesso di pragmatismo. Me lo auguro di cuore.

Appunti sul «senso comune» / 1

Questa lunga riflessione prende spunto da uno dei tanti discorsi tra amici che mi è capitato di fare negli ultimi tempi. Quando si parla di politica, è diffusa l’opinione secondo cui ci sono alcuni temi che la classe politica non si decide ad affrontare, ma per i quali il buon senso suggerirebbe una soluzione ovvia e banale. È sempre più forte, per l’opinione comune, la percezione del politico che si avvita inutilmente in discussioni distanti dalle esigenze reali della popolazione; le soluzioni sembrano a portata di mano, auto-evidenti al punto da superare le «sterili separazioni ideologiche»: destra e sinistra non c’entrano niente, si tratta di scelte dettate dal «buon senso».

La convinzione che le ideologie siano ormai superate, e che esistano delle scelte oggettivamente giuste e condivisibili da tutti, come stazioni sui binari del senso comune, è uno degli stadi più degenerati del disinteresse collettivo nei confronti della politica vera e propria. La politica del «senso comune» è il rovescio della medaglia del tecnicismo: in preda al panico per l’aumento incontrollato dello spread, nel novembre del 2011 ci è stato fatto accettare il morbido passaggio dal fallimentare governo Berlusconi a quello guidato da Monti, che prometteva di fare ciò che era «oggettivamente necessario» per tirare fuori l’Italia dal pericolo di morte. Con la stessa logica ci ritroviamo con un governo di larghe intese che si definisce «di scopo» e «post-ideologico», vale a dire: superficialmente apolitico, ma in realtà sfacciatamente ideologizzato (come è evidente dalle scelte compiute in questi ultimi giorni). Il ruolo della stampa nel promuovere questa opinione è determinante, ed è importante non mostrare mai segni di cedimento:

In realtà non esistono governi propriamente tecnici o scelte tecniche: le scelte importanti sono sempre politiche, e dovrebbe essere chiaro che innanzitutto sono scelte. Non esiste un’unica soluzione ad un problema. Non esiste problema che non venga affrontato da (e che non mostri i segni di) una precisa posizione ideologica. Ciò significa che una scelta politica è tanto più potenzialmente pericolosa quanto più è celata dietro un velo di falsa imparzialità. L’importante è esserne comunque consapevoli, avere lo spirito critico necessario per strappare la maschera a quanto di «obiettivo» si spaccia per ogni dove, ed essere capaci di dosare la reazione di conseguenza. Il «buon senso» è solo un mostro molle e camaleontico che ognuno vede di un colore diverso.

La determinazione del «senso comune», dunque, avviene mediante un processo lento e del tutto intenzionale, condotto dalla classe egemone col solito scopo di affermare il proprio dominio. Viviamo in una lunga fase (iniziata grossomodo negli anni 80) in cui gli equilibri, anche in campo culturale, si sono progressivamente spostati a destra, e assistiamo al consolidamento di un “gramscismo rivisto” e massicciamente applicato [1], di cui il «senso comune» è il riflesso popolare. Una delle tecniche di “distrazione” predilette di questa “cultura” consiste nel dirottamento della comprensione degli eventi verso un’ostilità rivolta a falsi nemici. Il «senso comune» propone dunque una visione del mondo dai confini indefiniti, estremamente malleabile, nella quale è possibile includere virtualmente qualunque posizione.

1. In tempo di crisi niente è permesso

Il «senso comune» non è affatto un’entità determinata e immutabile. Gramsci ne analizzò le caratteristiche durante gli anni in carcere:

La «Frusta letteraria» fu una forma intermedia: bibliografia universale, critica del contenuto, con tendenze moralizzatrici (critica dei costumi, dei modi di vedere, dei punti di vista) [...] Questi tipo generale appartiene alla sfera del «buon senso» o «senso comune»: cerca di modificare l’opinione media di una certa società, criticando, suggerendo, correggendo, svecchiando, introducendo nuovi «luoghi comuni». Se sono ben scritte, con «verve», con un certo distacco, ma tuttavia con interesse per l’opinione media, esse possono avere grande diffusione ed esercitare una funzione importantissima. Non devono avere nessuna «mutria», né scientifica, né moralisteggiante, non devono essere «filistee» e accademiche, insomma, né apparire fanatiche o soverchiamente partigiane: devono porsi nel campo stesso del «senso comune» distaccandosene quel tanto che permette il sorriso canzonatorio, ma non il disprezzo o la superiorità altezzosa.

[...] Ogni strato sociale ha il suo «senso comune» che è in fondo la concezione della vita e la morale più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di «senso comune»: è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e opinioni filosofiche entrate nel costume. Il «senso comune» è il folklore della «filosofia» e sta di mezzo tra il «folklore» vero e proprio (cioè come è inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati. Il «senso comune» crea il futuro folklore, cioè una fase più o meno irrigidita di un certo tempo e luogo. [2]

E ancora:

Nel linguaggio comune «teorico» è adoperato in senso deteriore, come «dottrinario» e meglio ancora come «astrattista». Ha avuto la stessa sorte del termine «idealista» che dal significato tecnico filosofico ha preso a significare «vagheggiatore di nebulosità» ecc. Che certi termini abbiano assunto questo significato deteriore non è avvenuto a caso. Si tratta si una reazione del senso comune contro certe degenerazioni culturali, ecc., ma il «senso comune» è stato a sua volta il filisteizzatore, il mummificatore di una reazione giustificata in uno stato d’animo permanente, in una pigrizia intellettuale altrettanto degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere. Il «buon senso» ha reagito, il «senso comune» ha imbalsamato la reazione e ne ha fatto un canone «teorico», «dottrinario», «idealistico». [3]

Rileggere oggi questo passaggio, in cui Gramsci parla di «nozioni scientifiche e opinioni filosofiche entrate nel costume», non può non far riflettere sulla penetrazione capillare del miraggio neoliberista negli strati più bassi dell’inconscio collettivo. Un paio di estati fa, mentre eravamo seduti a tavola per una cena in famiglia, io e mia zia abbiamo discusso animatamente dopo che lei mi ha rimproverato (in quel momento io rappresentavo una generazione) perché i giovani d’oggi non accettano di fare lavori umili, e se ci sono così tanti laureati e laureate che non trovano lavoro è perché non si vogliono sporcare a fare le badanti (o a sputare sangue nei call center, o lavori analoghi). In questo discorso i luoghi comuni (1) dell’avversione per lo straniero che viene in Italia a rubare il lavoro altrui (le badanti sono tutte troie dell’est, come è noto), (2) dei ragazzi schizzinosi che non accettano di sporcarsi le mani (neanche l’ex-ministra Fornero ha saputo resistere alla tentazione di dire la sua, qualche mese fa), (3) la logica della disperazione prodotta dalla crisi economica che impone il sacrificio delle proprie aspirazioni e del percorso scelto, se all’improvviso capita il miracolo di trovare un posto qualunque, oltre ad un generale disprezzo di fondo verso il lavoro intellettuale e al deprimente rifiuto del sapere umanistico, si coagulano in una espressione del «senso comune» molto diffusa, quella secondo cui il diritto al lavoro perde la sua valenza di «diritto» e diventa un’opportunità del tipo «prendere o lasciare», cosicché i «diritti» veri e propri sono un lusso che non ci possiamo più permettere: le conseguenze di questo ribasso costante sono visibili ovunque, e comprendono condizioni lavorative sempre più degradanti, aumento della soglia di tolleranza nei confronti di compensi sempre più bassi e contratti sempre più evanescenti, perdita generalizzata dei diritti conquistati faticosamente con lotte storiche. Il tutto in nome dell’urgenza, della necessità di sacrifici sempre maggiori.

Ci siamo assuefatti a convivere con un meccanismo economico e finanziario che ci conduce inesorabilmente a una progressiva distruzione del tessuto produttivo del paese e delle istituzioni fondanti della democrazia: in questo quadro la perdita di imprese, posti di lavoro, know-how e mercati in corso è irreversibile, come lo è la progressiva abolizione dei poteri degli elettori, del Parlamento e, soprattutto, degli Enti locali: cioè dei Comuni, che sono le istituzioni del nostro ordinamento giuridico più vicine ai cittadini. La Grecia, avanti a noi di un paio di anni in quel percorso di distruzione delle condizioni di esistenza di un’intera popolazione imposto, con una omogeneità impressionante, a tutti i paesi europei del Mediterraneo, ci mostra come alla devastazione provocata dai diktat della finanza e dalla governance europea non ci sia mai fine. [4]

Sarà una conseguenza sfortunata della crisi? Un effetto collaterale del neoliberismo che ha plasmato gli ultimi decenni? Mah. David Harvey sostiene che questo non era l’effetto, ma proprio l’obiettivo:

[...] c’è un aspetto costante in questa complessa storia di neoliberalizzazione irregolare, ed è la tendenza universale ad aumentare la disuguaglianza sociale e ad esporre gli elementi meno fortunati, in qualsiasi società – in Indonesia come in Messico o in Gran Bretagna – ai venti gelidi dell’austerità e a un’emarginazione crescente. Se a una tendenza del genere si è in qualche caso posto rimedio grazie a politiche sociali, all’altra estremità dello spettro sociale gli effetti sono stati davvero spettacolari. Le incredibili concentrazioni di ricchezza e di potere che esistono adesso ai livelli più alti del capitalismo non si vedevano dagli anni venti. Il flusso dei tributi verso i maggiori centri finanziari del mondo è stato stupefacente. Quello che però è ancora più, stupefacente è l’abitudine a trattare tutto questo come un semplice – e magari in qualche caso deprecabile – effetto collaterale della neoliberalizzazione. La sola idea che questo aspetto possa invece costituire proprio l’elemento sostanziale a cui puntava la neoliberalizzazione fin dall’inizio – la sola idea che esista questa possibilità – appare inaccettabile. La teoria neoliberista ha dato prova di molto talento presentandosi con una maschera di benevolenza, con parole altisonanti come libertà, indipendenza, scelte e diritti, nascondendo le amare realtà della restaurazione del puro e semplice potere di classe, a livello locale oltre che transnazionale, ma in particolare nei principali centri finanziari del capitalismo globale. [5]

La nostra è quella «fase irrigidita» in cui non mettiamo neppure più in discussione, se non in alcuni contesti minoritari (nel nostro paese, e soltanto per il momento, si spera), questo dogma terribile[6], ma lo accettiamo indifesi come se fosse inevitabile (secondo la logica del There INAlternative, TINA), l’espiazione «obiettiva» di qualche peccato originale, al quale porre rimedio ogni mattina cercando di non far incazzare i mercati.

La teoria neoliberista sostiene, molto opportunamente, che la disoccupazione è sempre volontaria. La forza lavoro avrebbe un «prezzo minimo» al di sotto del quale preferisce non lavorare, e la disoccupazione nasce quando il prezzo minimo del lavoro è troppo alto. [7]

L’importante, ancora una volta, è esserne consapevoli e tenerlo bene a mente quando arriverà il momento giusto: quello in cui bisognerà per forza scegliere una parte e l’ideologia travolgerà con forza anche chi ha creduto di esserne dispensato. Il momento potrebbe non essere molto lontano: forse a breve ci si renderà conto più dolorosamente di quanto si sia appeso troppo presto al chiodo l’antifascismo in nome di una politica «post-ideologica», come fa presagire il recente rapporto della JP Morgan, in cui la società finanziaria statunitense suggerisce le riforme «necessarie» per scivolare fuori dalla crisi della zona Euro.

(continua…)

  1. [1] Massimiliano Panarari, Contrordine compagni: l’egemonia culturale adesso sta a destra, La Stampa, 26 giugno 2013, pp. 30-31
  2. [2] Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, Torino, Einaudi, 2007; vol. I, pp. 75-76 – grassetto mio.
  3. [3] Q, vol. II, pp. 958-959 – grassetto mio.
  4. [4] Guido Viale, Ristrutturare il debito, Il Manifesto, 25 giugno 2013.
  5. [5] David Harvey, Breve Storia del Neoliberismo, Milano, Il Saggiatore, 2007; pp. 137-8.
  6. [6] Panarari ne dà un’ottima sintesi nell’articolo su La Stampa: “[gli] element fondamentali [del neoliberismo] sono stati l’automatismo del mercato, il ritorno al privato, il rifiuto dell’intervento pubblico in economia (a parte il salvataggio delle banche), il progressivo smantellamento del welfare, la flessibilità/precarietà delle attività lavorative, il passaggio da una cittadinanza dei diritti e dei doveri a una dei desideri e dei consumi”.
  7. [7] Ivi, p. 67.

The Euro area adjustment: l’antifascismo è roba vecchia

The political systems in the periphery were established in the aftermath of dictatorship, and were defined by that experience. Constitutions tend to show a strong socialist influence, reflecting the political strength that left wing parties gained after the defeat of fascism. Political systems around the periphery typically display several of the following features: weak executives; weak central states relative to regions; constitutional protection of labor rights; consensus building systems which foster political clientalism; and the right to protest if unwelcome changes are made to the political status quo. The shortcomings of this political legacy have been revealed by the crisis. Countries around the periphery have only been partially successful in producing fiscal and economic reform agendas, with governments constrained by constitutions (Portugal), powerful regions (Spain), and the rise of populist parties (Italy and Greece).
There is a growing recognition of the extent of this problem, both in the core and in the periphery. Change is beginning to take place. Spain took steps to address some of the contradictions of the post-Franco settlement with last year’s legislation enabling closer fiscal oversight of the regions. But, outside Spain little has happened thus far. The key test in the coming year will be in Italy, where the new government clearly has an opportunity to engage in meaningful political reform. But, in terms of the idea of a journey, the process of political reform has barely begun.

Il testo è tratto da un documento rilasciato a fine maggio dalla società finanziaria JP Morgan, e segnalato dal sito WallStreetItalia.it e da Il Fatto Quotidiano.
→ Scarica il pdf: JPM-the-euro-area-adjustment–about-halfway-there

Ecco una breve traduzione dell’estratto. A ciascuno le proprie considerazioni.

I sistemi politici delle periferie vennero fondati immediatamente dopo le dittature, e furono plasmati  da quelle esperienze. Le costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, e riflettono la forza politica che i partiti di sinistra conquistarono in seguito alla sconfitta del fascismo. I sistemi politici nei dintorni delle periferie mostrano tipicamente alcune delle seguenti caratteristiche: esecutivo debole; stato centrale debole rispetto alle regioni; protezione costituzionale dei diritti del lavoro; sistemi di costruzione del consenso che favoriscono politiche clientelari; diritto di protesta se lo status quo politico compie delle modifiche sgradite. Le manchevolezze di questo retaggio politico sono state mostrate dalla crisi. I paesi nei dintorni della periferia hanno avuto un successo solo parziale nel produrre agende di riforma economica e fiscale, con governi frenati dalla costituzione (Portogallo), da regioni molto potenti (Spagna) e dal sorgere di partiti populisti (Italia e Grecia).
Il riconoscimento dell’entità di questo problema è in crescita, sia al centro che in periferia. Il cambiamento sta iniziando ad avvenire. La Spagna ha fatto dei passi avanti, affrontando alcune delle contraddizioni delle risoluzioni post-Franco con la legislazione dello scorso anno, che permette controlli fiscali più puntuali sulle regioni. A parte la Spagna, però, finora è accaduto ben poco. Il test cruciale per l’anno seguente sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente un’opportunità di operare riforme politiche sensate. Tuttavia, in termini di un’idea di percorso, il processo delle riforme politiche è a malapena cominciato.

Go in Sardinia & fuck Tirrenia

Alla partenza del mio ultimo viaggio in Tirrenia, lo scorso 2 giugno, mi aggiravo per il ponte 7 alla ricerca di uno spazio dove passare la notte. Il mio biglietto, come sempre, è un passaggio ponte (nessun posto assegnato, libertà di ficcarsi in un sacco a pelo disteso su un angolino a scelta). Mentre leggevo un libro, poco prima di addormentarmi, un tizio con ambizioni da secondino che faceva il giro di controllo ha cacciato me e qualche altro che aveva osato avventurarsi nella sala poltrone di prima classe. La sala era chiusa per “sanificazione”, circostanza tutt’altro che isolata, come ho avuto modo di verificare personalmente durante ogni viaggio che ho fatto da cinque anni a questa parte, da e verso il continente, sulle navi di questa sciagurata compagnia. Le poltrone sono sempre devastate, e portano addosso la polvere accumulata anno dopo anno; la nave ha sempre gli stessi bagni chiusi, le solite zone transennate, la stessa merda, e prenderla per tornare in Sardegna è un’esperienza mortificante per chiunque, ma soprattutto per i sardi, che spesso devono muoversi verso la penisola per necessità e non per vacanza, su bagnarole che definire “gestite male” è un complimento. Lo stato finanzia la Tirrenia con circa 70 milioni di euro all’anno* perché garantisca la continuità territoriale (con tariffe scontate dal 10% al 30%*), e io ho pagato quaranta euro per dormire per terra, nella stessa polvere di tutte le volte scorse.

Sono ben felice di boicottarla, spero per sempre:

Stanchi di lamentarsi per la diminuzione costante di presenze turistiche nelle coste più belle del mondo, un gruppo di coraggiosi imprenditori turistici del nord Sardegna ha preso di petto la crisi causata dal caro traghetti dettato da un monopolio privato di armatori, che di fatto ha isolato la Sardegna dal resto del mondo, e ha deciso di noleggiare una nave passeggeri per riportare i turisti in Sardegna. Dopo promesse regionali non mantenute, lo stato italiano che sovvenziona con 72 milioni di euro la Tirrenia ed i biglietti sempre più cari, 60 imprenditori sono andati in Grecia e hanno contrattato per utilizzare una nave che dal 12 giugno al 30 settembre arriverà ad Olbia carica di turisti. [...]  Il pacchetto commerciale prevede che all’interno della nave si parli di Sardegna (e non di Disneyland), attraverso la distribuzione delle copie di una rivista che racconterà la nostra terra sotto diversi aspetti, da quello naturalistico e paesaggistico fino a quello storico; ma soprattutto saranno presenti gli artigiani e le loro creazioni artistiche e le produzioni agroalimentari sarde che saranno servite nei ristoranti di bordo. (iRS online)

La flotta parte domani. Il passaggio ponte costa venti euro.
http://www.goinsardinia.it/

Il Fascismo eterno

Può darsi che mi sbagli. Magari dietro tutto questo accanimento nei confronti del MoVimento si nasconde un pensiero inconscio che finisce per dare un contributo al gioco del voto utile, che è conforme ad una visione della politica ormai da superare. Mi capita di pensare che potrebbe essere un “nuovo” arrivato da una direzione tanto inaspettata a far paura, un nuovo che non si riconosce e non si riesce a collocare perché rifiuta le categorie storiche e ne costruisce altre su cui basa il binomio giusto/sbagliato (nuovo/vecchio). Magari tutte queste persone animate da buone intenzioni basteranno davvero a spostare in alto il livello di riferimento a cui si rifaranno, in futuro, le classi politiche che vorranno amministrare in modo dignitoso.

Eppure non posso far tacere l’altra possibilità, che mi si agita dentro ogni volta che sento un comizio del portavoce del movimento, o un contributo dei rappresentanti locali (ieri sera quello siciliano, in particolare), e penso che sin da piccolo ho imparato che il fascismo ha fatto bollire lentamente i nostri antenati più prossimi, come nella storia di quella rana che non si accorge del fuoco lento che la sta lessando, perché stava già nell’acqua quando questa era ancora fredda. Vedo le bollicine che, per ora, iniziano a salire dal fondo della pentola, e già proietto mentalmente l’immagine della superficie che scotterà fra un paio d’ore.

Cosa significa dare del fascista a qualcuno, nel 2013? Umberto Eco ha raccolto in un saggio i 14 elementi che costituiscono quello che lui definisce l’Ur-Fascismo. Non tutti sono presenti sempre, ma anche soltanto uno di essi è sufficiente per far drizzare le antenne, e dovrebbe quantomeno far sospettare che c’è qualcosa che tira verso quell’abisso. È sufficiente che una di [queste caratteristiche] sia presente per far coagulare una nebulosa fascista. Consiglio di cuore questa lettura, perché il dubbio che scuote le certezze — specialmente quelle urlate con foga — è la cosa più preziosa e intelligente che riesco a concepire in questo momento.

Scarica il pdf: Il Fascismo eterno.
(Il testo originale è contenuto nel volume Cinque scritti morali. Devo la scoperta di questo saggio al blog dei Wu Ming).