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	<title>Funkallero</title>
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	<description>Musica, (in)civiltà locale &#38; puttanate.</description>
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		<title>La rivoluzione di Aristan, l&#8217;università felice</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Dec 2011 14:02:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[aristan]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri sera sono andato a Sassari per seguire la presentazione dell’università di Aristan, un progetto che ha fatto molto parlare di sé in questi ultimi mesi perché promette di ritagliarsi un posto di primo piano nell’ambiente culturale alternativo della Sardegna, potendo contare sulla partecipazione di docenti illustri che provengono da settori molto diversi fra loro, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_640" class="wp-caption alignleft" style="width: 250px"><img class="size-medium wp-image-640 " title="Logo dell'università di Aristan" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/12/aristan-300x236.png" alt="Logo dell'università di Aristan" width="240" height="189" /><p class="wp-caption-text">Logo dell&#39;università di Aristan</p></div>
<p>Ieri sera sono andato a Sassari per seguire la presentazione dell’università di Aristan, un progetto che ha fatto molto parlare di sé in questi ultimi mesi perché promette di ritagliarsi un posto di primo piano nell’ambiente culturale alternativo della Sardegna, potendo contare sulla partecipazione di docenti illustri che provengono da settori molto diversi fra loro, dal mondo dello spettacolo al più rigoroso ambiente accademico.</p>
<p>L’idea della facoltà di <em>Scienze della Felicità</em>, corso di laurea in <em>Teoria e Tecniche di Salvezza dell’Umanità</em>, è nata dalla mente di Filippo Martinez (che nell’università sarà titolare della cattedra di <em>regalità</em>), artista sardo e regista del programma tv <em>Sgarbi quotidiani</em>. Martinez parla con orgoglio di un corso destinato agli animi sensibili, finalizzato alla ricerca della felicità in senso lato, così come ad una <a href="http://www.aristan.org/rassegna-stampa/articolo10-16nov2011-unionesarda.jpg" target="_blank">formazione politica</a> del laureando. Il problema, al giorno d’oggi, è che i ragazzi scelgono i corsi di laurea solo in base a quante opportunità di lavoro questi potranno garantire; mentre è chiaro che se una facoltà non offre alcun titolo riconosciuto ufficialmente, gli studenti non potranno che frequentarla per passione; caratteristica, quest’ultima, che i fondatori offrono a <a href="https://sites.google.com/site/uniaristan/facolt/valore-legale" target="_blank">garanzia</a> del livello di studenti, corsi e docenti.</p>
<p>Oltre a Martinez, ieri sera c’erano Michela Murgia, Manlio Brigaglia e Marco Schintu, per presentare i corsi della futura università &#8211; per il momento ancora un’utopia, che prenderà vita solo se si raggiunge la quota minima di 380 caparre versate entro natale. Prima ancora di entrare nel merito degli insegnamenti, si parla subito di denaro: €190 l’iscrizione (meglio se in contanti, sconsigliate le transazioni elettroniche), più i costi degli eventuali soggiorni presso la struttura che ospiterà i corsi (l’Horse Country di Arborea), con possibilità di pacchetti vitto &amp; alloggio per il week-end.</p>
<p>Sia Martinez che Murgia intervengono più volte sottolineando il ruolo sovversivo della felicità &#8211; contrapposto, evidentemente, a quello più conservatore della seriosità. I docenti, personalità di spicco della cultura sarda e italiana (con qualche eccezione), showmen e filosofi, erano rappresentati da una delegazione che ha improvvisato a braccio le bozze dei programmi: Brigaglia si è gettato nel vortice di un ricordo d’infanzia per introdurre il suo corso (che tra l’altro non ha neppure il titolo scelto dal docente: <em>infanziologia</em> anzichè <em>infantologia</em>, come fa notare egli stesso a Martinez nel corso dela serata), ma quando il racconto è terminato si è capito subito che non c’era altro, se non la dichiarazione di voler utilizzare i ricordi d’infanzia in senso storiografico, sperando che tra gli studenti ci sia qualcuno di età abbastanza avanzata per poter narrare qualcosa di interessante. Schintu, invece, tenta di presentare il suo corso sulla <em>paura</em>, ed esordisce con “però vi parlerò di mio cognato”; poi apre un file powerpoint per aiutarsi, ma più che descrivere il programma elenca una serie di punti che verranno affrontati nelle lezioni, del tipo <em>aspettando l’ambulanza</em>, dando l’impressione di aver abbozzato il tutto non più di una mezz’ora prima.</p>
<div>
<p>Il clima è festoso e le risate non mancano; nell’ebbrezza dell’entusiasmo le parole scivolano con facilità, e i docenti chiariscono il motivo portante del progetto, ciò che spinge per far nascere la nuova università. Confesso che ho provato una rabbia feroce nel vedere persone per le quali nutro una grande stima mostrarsi con l’aria di essere state pescate a caso da una lista di nomi, e insistere nel definire politico e sovversivo un progetto che appare <strong>frammentario</strong> (ogni insegnante farà al massimo tre lezioni di 40 minuti ciascuna, quindi svolgerà piuttosto dei brevi seminari), <strong>disordinato</strong> (non c’è un filo conduttore che lega i vari insegnamenti, solo l’imperativo di insegnare qualcosa che abbia contribuito alla felicità dei docenti stessi, e in generale il perseguimento della <em>felicità</em>), sostanzialmente <strong>di intrattenimento</strong> (l’università gioca tutto sui nomi noti e sul loro seguito di discepoli, ma manca completamente un criterio di continuità: non si spiega altrimenti che cosa possa accomunare persone come Michela Murgia e Vittorio Sgarbi; considero questa la premessa più sbagliata dell’esperimento).</p>
<p>Il vero punto dolente della questione, però, è che l’idea viene presentata come sovversiva facendo leva sul discredito della cultura accademica tradizionale, snobbata con sarcasmo in quanto scelta troppo spesso per ragioni utilitaristiche da parte degli studenti, ma fallisce nell&#8217;offrire una proposta credibile; l’alternativa indicata è quella di corsi per cui se sono felici i professori saranno felici anche gli studenti, e si appoggia su luoghi comuni quali la distanza fra professori e allievi nelle università vere (che sarà abolita nei miracolosi corsi di Aristan), la natura necessariamente fuori dal comune di chi sceglie, con coraggio e spirito di intraprendenza, di puntare su un esperimento tanto rivoluzionario da non poter essere neppure spiegato come si deve; un clima che, a tratti, mi fa piombare indietro nel tempo a quella volta in cui assistetti sgomento ad un raduno del Rinnovamento dello Spirito Santo. Più laicamente, queste banalità danno un sapore reazionario all’esperimento stesso, almeno a giudicare dalle premesse. È irricevibile la proposta di un corso con confini tanto labili, che si pone lo scopo di sviluppare un discorso politico in tre lezioni a testa, e snobba sulla fiducia il resto della formazione ordinaria (che non potrà mai essere all’altezza di un percorso in cui ognuno dei quaranta tira dalla sua parte). È inaccettabile perché è sostenuta anche da chi impegna quotidianamente la propria credibilità per creare una coscienza politica, questa volta autentica, attraverso il metodico smantellamento di tecniche retoriche e demagogiche che ieri sera, purtroppo, sono state utilizzate in abbondanza; e da professori-istituzioni che sembrano aver trovato più lo svago del fine settimana che la volontà di costruire qualcosa di sensato.</p>
<p>Per finire, ricordo un articolo che lessi qualche anno fa, forse scritto da Gramellini sulla Stampa (ma non ne sono certo). Dietro il microfono dell’aula magna di un’università in cui era stato invitato per fare un intervento, Fabio Volo colpevolizzò con supponenza gli studenti che lo ascoltavano in silenzio, svelando loro che avevano scelto di fare l’università solo in vista di una futura occupazione, o per stare parcheggiati nel limbo a spese dei genitori, e non certo per passione o amore della cultura. Ricordo bene quelle righe: dicevano anche che nessuno degli studenti presenti si fosse alzato in piedi per replicare &#8211; <em>signor Volo, io non ci sto: seguo i corsi di questa università e amo ciò che studio, non accetto che qualcuno possa interpretare in modo tanto superficiale i miei intenti e dire stronzate a proposito dei miei sacrifici, né tantomeno che possa parlare a nome mio.</em> Credo che la felicità possa essere difficilmente insegnata o suggerita con qualunquismo come fa lei, ma si trovi nella ricerca del proprio percorso e nel perseguirlo con coerenza e passione, non facendo zapping fra un corso e l’altro, aggiungerei banalmente io.</p>
<p>Fonti:<br />
<a href="http://www.aristan.org/">http://www.aristan.org/</a><br />
<a href="http://www.horsecountry.it/">http://www.horsecountry.it/</a><br />
<a href="http://www.ustation.it/articoli/1150-nasce-">http://www.ustation.it/articoli/1150-nasce-</a></p>
</div>

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		<title>Una questione personale</title>
		<link>http://funkallero.altervista.org/una-questione-personale/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 16:53:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[alfano]]></category>
		<category><![CDATA[berlusconi]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul Corriere della sera di oggi, Aldo Cazzullo richiama i manifestanti che ieri hanno festeggiato per le dimissioni di Berlusconi, e definisce lo spettacolo &#8220;preoccupante&#8221;, &#8220;una gazzarra senza coraggio&#8221;. Per l&#8217;editorialista, infatti, non ci vuole un &#8220;grande coraggio per andare a urlare sotto casa di Berlusconi o davanti alle sedi istituzionali&#8221;, ma piuttosto occorrerebbe tirarlo fuori per &#8220;unire [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_626" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/11/berlusconi.jpg"><img class="size-medium wp-image-626" title="berlusconi" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/11/berlusconi-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">Silvio Berlusconi (dalla sua pagina Facebook)</p></div>
<p>Sul <em>Corriere della sera</em> di oggi, <strong>Aldo Cazzullo</strong> <a href="http://www.corriere.it/politica/11_novembre_13/cazzullo-colle-gazzarra_c524a87a-0e02-11e1-a3df-26025bf830b6.shtml#.Tr_gngLyKDE.twitter">richiama</a> i manifestanti che ieri hanno festeggiato per le dimissioni di Berlusconi, e definisce lo spettacolo &#8220;preoccupante&#8221;, &#8220;una gazzarra senza coraggio&#8221;. Per l&#8217;editorialista, infatti, non ci vuole un &#8220;grande coraggio per andare a urlare sotto casa di Berlusconi o davanti alle sedi istituzionali&#8221;, ma piuttosto occorrerebbe tirarlo fuori per &#8220;unire le forze nell&#8217;emergenza anche con chi ha un sentire diverso dal proprio, nel nome di un interesse e di una responsabilità che mai come oggi sono comuni&#8221;.</p>
<p>Un&#8217;editoriale certamente condiviso dal ministro della giustizia uscente <strong>Angelino Alfano</strong>, che nello studio di <em>in mezz&#8217;ora </em>si mostra indignato per le manifestazioni di gioia di fronte al Quirinale e poi sotto palazzo Grazioli, fino a tarda notte. Sulla sua pagina facebook lascia un commento prima dell&#8217;intervista:</p>
<blockquote><p>Oggi alle 14.30 saro&#8217; in tv da Lucia Annunziata su rai 3 e gliene diro&#8217; quattro a questi &#8220;sinistri&#8221; che festeggiano come se la crisi italiana fosse finita. Ci vediamo tra poco in tv e aspetto i vostri commenti!!!</p></blockquote>
<p>Queste reazioni indignate sono certamente ovvie da parte dei politici, ma un po&#8217; meno comprensibili da parte di chi osserva la realtà italiana per professione. Sia Cazzullo che Alfano danno per scontato che ieri sera per le strade di Roma sia scesa in piazza la solita tifoseria di sinistra, e lasciano intendere che si sia consumata un&#8217;esagerazione, <em>come se si festeggiasse la fine della crisi,</em> come se <em>qualche fischio al leader perdente</em> (il Corriere cita il caso di Mitterrand) fosse il massimo limite di protesta accettabile nei confronti di chi lascia la guida del paese dopo circa un ventennio di dominio. Inoltre, Berlusconi non è stato messo alla porta da un voto elettorale, ma dalla crisi internazionale, perciò festeggiare la sua dipartita è ipocrita da parte dei suoi avversari, dice Cazzullo; e qui in parte siamo d&#8217;accordo: ma solo se si parla di quel PD arraffone che oggi si nutre di briciole, quello che si intravede unicamente in controluce nei vuoti della sagoma del <em>cavaliere</em>.</p>
<p>Insomma, il giornalista auspicava reazioni consone alle dimissioni di un politico qualunque, al quale viene quantomeno riconosciuta la dignità del rivale. Sembra dimenticare, però,  che Berlusconi e la sua strategia comunicativa non rientrano affatto nella categoria dell&#8217;ordinario. La politica di Forza Italia, poi del PDL, è sempre stata populista in modo infido ed esasperato: per fare un esempio, il 2 marzo 2010 &#8211; subito dopo il ferimento di Berlusconi con una statuetta dopo un comizio - Mondadori pubblicò un libro intitolato <em>L&#8217;amore vince sempre sull&#8217;invidia e sull&#8217;odio, </em>che raccoglieva le testimonianze d&#8217;affetto dei suoi <em>fan</em>. Un presidente del consiglio miracolosamente pacificato dalla convalescenza, lo stesso che trattò da <em>coglioni</em> gli elettori che nel 2006 lo cassarono, lo introdusse così:</p>
<blockquote><p>Nei giorni della mia convalescenza, mi sono ancora più persuaso che davvero l’amore vince su tutto, non solo sull’odio che rende violente contro l’avversario politico le menti più fragili.<br />
Quando, dall’ospedale, ho lanciato questo messaggio, in molti hanno ironizzato: io resto convinto che questa sia la via giusta per uscire dai problemi del nostro Paese. Non a caso il discorso della mia discesa in campo cominciava proprio con queste parole: “L’Italia è il Paese che amo”.<br />
Se non sai amare non puoi costruire niente di buono, per te e per gli altri. Se sai amare riesci a guardare alla vita, in tutti i suoi aspetti, con uno sguardo sempre positivo, realista ma ottimista, capace di vedere avanti.</p></blockquote>
<p>Anche in questo giochetto del confinare la parte avversa nella categoria dell&#8217;<em>odio</em>, uno fra i tanti, vanno ricercate le cause di ciò che è avvenuto ieri sera; e la reazione è solo un&#8217;inezia, un brindisi innocente, in confronto a ciò che la propaganda di Berlusconi ha propinato al popolo, chiamato in causa ogni volta che l&#8217;illusione di un largo consenso era funzionale alla legittimazione delle manovre più torbide, avversato e denigrato nei momenti più squallidi delle campagne elettorali, ignorato colpevolmente per misere ragioni di sopravvivenza quando, a gran voce, chiedeva di interrompere subito lo schifo della compravendita di parlamentari. È una questione del tutto personale, come richiesto sempre dal diretto interessato: gli inviti alla sobrietà suonano un po&#8217; fuori luogo. Tanto da domani si penserà ad altro, purtroppo.</p>

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		<title>Contributi de minimis per l&#8217;apertura di nuove imprese</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 18:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache]]></category>
		<category><![CDATA[Trinità]]></category>

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		<description><![CDATA[Pochi giorni fa il comune di Trinità d&#8217;Agultu ha pubblicato il bando de minimis, per gli incentivi allo sviluppo delle piccole e medie imprese. Chiunque sia residente nel comune può richiedere un aiuto economico per aprire un&#8217;attività (ditte individuali, società di persone, società cooperative, consorzi di piccole e medie imprese): i beneficiari che si posizioneranno utilmente in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.flickr.com/photos/ildebrand/4132600585/"><img class="alignright size-medium wp-image-591" title="&quot;Euro&quot; di Aranjuez1404, Flickr" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/11/4132600585_b085fe3c49_z-300x160.jpg" alt="" width="300" height="160" /></a></p>
<p style="text-align: left;">Pochi giorni fa il comune di <strong>Trinità d&#8217;Agultu </strong>ha pubblicato il bando <em>de minimis</em>, per gli incentivi allo sviluppo delle piccole e medie imprese. Chiunque sia residente nel comune può richiedere un aiuto economico per aprire un&#8217;attività (ditte individuali, società di persone, società cooperative, consorzi di piccole e medie imprese): i beneficiari che si posizioneranno utilmente in graduatoria saranno assegnatari di un contributo <strong style="text-align: -webkit-auto;">a fondo perduto</strong><span class="Apple-style-span" style="text-align: -webkit-auto;"> erogato in regime di <em><a href="http://www.bg.camcom.it/release/macroaree/promozione/finanziamenti/deminimis/" target="_blank">de minimis</a></em>, come riportato nell&#8217;art. 4 del bando. Il contributo è di importo variabile e dipende da diversi fattori &#8211; tra cui il numero di domande presentate &#8211; sebbene il tetto massimo sia fissato a 10000 €. </span>Il termine per l&#8217;invio delle domande scade dopo <strong>30 giorni</strong> dalla pubblicazione del bando, avvenuta lo scorso 4 novembre.</p>
<p style="text-align: left;">Per informazioni visita la homepage del comune → <a href="http://www.comuneditrinita.it/">http://www.comuneditrinita.it/</a> e scarica i moduli di richiesta e i file con i dettagli del bando.</p>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Letture / Miele amaro (Salvatore Cambosu)</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Oct 2011 21:51:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso la volontà non gioca alcun ruolo nello scegliere quale sarà il prossimo libro che leggeremo. Certe volte basta una suggestione, un consiglio che uno sconosciuto dà a un nostro amico, magari origliato per caso; altre, è sufficiente la coincidenza di inciampare un paio di volte nello stesso titolo, nell&#8217;arco della stessa giornata; casualità insomma, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_555" class="wp-caption alignright" style="width: 225px"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/10/miele_amaro.jpg"><img class="size-medium wp-image-555" title="miele_amaro" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/10/miele_amaro-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La copertina dell&#39;edizione Ilisso</p></div>
<p style="text-align: justify;">Spesso la volontà non gioca alcun ruolo nello scegliere quale sarà il prossimo libro che leggeremo. Certe volte basta una suggestione, un consiglio che uno sconosciuto dà a un nostro amico, magari origliato per caso; altre, è sufficiente la coincidenza di inciampare un paio di volte nello stesso titolo, nell&#8217;arco della stessa giornata; casualità insomma, raccomandazioni di terza mano. È un po&#8217; così che quest&#8217;estate mi sono accorto dell&#8217;esistenza di <em>Miele amaro</em>. Un titolo già sentito, certo, ma di cui ignoravo completamente il contenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Era luglio o agosto, e a tarda notte Flavio Soriga leggeva in piazza il diario del festival di Berchidda. O forse era il festival dell&#8217;Argentiera, ed era a metà serata. Comunque: Soriga raccontava di quella volta che trovò in libreria <em>Miele amaro</em>, e fu colpito dalla scritta sulla strisciolina di carta &#8211; quella che si mette intorno alla copertina dei libri, e generalmente contiene il commento di un recensore o qualche frase ad effetto estrapolata dal testo. Sul libro di Cambosu c&#8217;era un monito di Michelangelo Pira, che invitava il lettore a prendere molto seriamente la copia che teneva fra le mani: intimava al futuro lettore un atteggiamento di rispetto sacro, prima ancora di aprire la copertina. Diceva così:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Chi tocca questo libro tocca un popolo.&#8221;</p>
</blockquote>
<p style="text-align: justify;"><em>Miele amaro</em> è una scatola di latta, un cofanetto in cui Cambosu ha riposto con cura e passione i ritagli e le memorie di una vita &#8211; o piuttosto di una storia, quella della Sardegna, che viene consegnata al lettore in frammenti sparsi ma eloquenti, in poesie e brevi racconti, a volte molto distanti fra loro, ma che allo stesso tempo si intrecciano e riescono a giustificare da soli le ragioni del forte legame che li unisce per farne un&#8217;unica storia, un mosaico scritto in tutte le nostre lingue.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;autore racconta da ogni lato la tradizione sarda senza pretese di esaustività, e alterna in continuazione le memorie del passato, che sembra ormai concluso e irrecuperabile, a momenti in cui ad averla vinta è la tensione verso un futuro che ancora non si è pienamente realizzato. <em>Miele amaro </em>è un libro che ospita le profezie scritte per un tempo che verrà (<em>Profezia</em>, p. 80), che vedrà arrivare il popolo al suo riscatto, ma allo stesso tempo offre riparo a racconti amari, i cui protagonisti sono fantasmi che non riconoscono più ciò che la Sardegna è diventata nel tempo, o giovani che si spengono in uno sguardo di rassegnazione, condannati ad assistere al declino di quella storia di cui, da quel momento in poi, si ritroveranno ad essere soltanto degli spettatori.</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">&#8220;A una svolta ella chiese al fanciullo che cosa ne fosse stato di una casa lontana, dove egli era cresciuto, e che ella aveva conosciuta da ragazza: una di quelle case padronali piene d’abbondanza, di servi e di mendicanti. Quella casa era quasi un ricordo: era come sparita insieme con i grandi banditi e le epiche bardane, con gli amuleti e i fattucchieri, e i cercatori pazzi di tesori, e gli esodi migratori, e le diligenze lente e avventurose, e gli alibi raccomandati alla velocità dei cavalli. Da poco era arrivato il fustagno, con le cotonine e le tele stampate. Rara la cambiale e la bancarotta, sacra la parola data. A ogni ovile si poteva ricevere ancora pane e companatico, e un posto accanto al fuoco, e la stuoia; ma già l’usanza era minacciata dall’avvento dei caseifici e dei treni.</p>
<p>Il fanciullo, timido e malinconico di natura, le rispose con uno sguardo, nel quale ella lesse forse un nascente rimpianto di un mondo che tramontava e lo consolò con una carezza e un sorriso di luna.&#8221; (<em>Ricordo di Cosima, </em>pp. 229-230)</p></blockquote>
<p style="text-align: justify;">Salvatore Cambosu, <em>Miele amaro</em>, Nuoro, Ilisso, 2004.<br />
<a href="http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&amp;id=675" target="_blank">&gt; scaricalo da sardegnadigitallibrary.it</a></p>

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		<item>
		<title>L&#8217;ospite moro</title>
		<link>http://funkallero.altervista.org/lospite-moro/</link>
		<comments>http://funkallero.altervista.org/lospite-moro/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 13:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[biasiucci]]></category>
		<category><![CDATA[cambosu]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>

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		<description><![CDATA[In ube b’hat istranzu / mancari malu / b’est Deus. Dove c’è un ospite / anche non degno / lì c’è Dio. Alle prime luci dell’alba i mori pirati, che erano stati segnalati in tempo dalle torri costiere, furono rotti e gettati a mare. I pochi che, nella confusione della mischia, erano riusciti ad accostarsi alle case, erano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>In ube b’hat istranzu / </em><em>mancari malu / b’est Deus.</em><br />
Dove c’è un ospite / anche non degno / lì c’è Dio.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/09/antonibiasiucci.jpg"><img class="size-full wp-image-525  aligncenter" title="antonibiasiucci" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/09/antonibiasiucci.jpg" alt="" width="400" height="400" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Alle prime luci dell’alba i mori pirati, che erano stati segnalati in tempo dalle torri costiere, furono rotti e gettati a mare. I pochi che, nella confusione della mischia, erano riusciti ad accostarsi alle case, erano, ora, senza vita, sparsi nella campagna che si rischiarava.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle case gli uomini stavano accanto al fuoco, ancora in armi; e attendevano da un momento all’altro l’arrivo delle loro donne e dei loro figli che nella notte avevano messi al sicuro nella boscaglia vicina, e che avevano mandato a chiamare. Nessun morto da piangere; soltanto due feriti leggeri.</p>
<p style="text-align: justify;">I galli si rispondevano. Il fremere della boscaglia sembrava l’eco del mare vicino. A un tratto un cane abbaiò. Era un moro che si lasciò cadere alla porta di Gaspare Noina, che era uno dei due feriti. Si era trascinato fin là e non ci vedeva più; non ci sentiva più, per il sangue che aveva perduto. Era così nero che non sembravano nere le sue rosse ferite. Si lamentava debolmente e, così disteso bocconi, faceva ogni tanto l’atto di remare.</p>
<p style="text-align: justify;">Gaspare Noina, bendato, si alzò per respingerlo col piede. Ma un vecchio asciutto con mossa rapida gli afferrò un braccio e disse: – È un ospite, prima di essere un nemico. Gaspare si fermò. Il fuoco si ravvivò da solo: e la stanza s’illuminò. Ma era soltanto l’aurora che entrava. Il ferito era fermo ormai, non remava più, non c’era più. Allora si scoprirono tutti e si segnarono. Poi lo sollevarono e lo misero in un sacco e, come volle il vecchio, lo seppellirono nell’angolo sconsacrato del loro cimitero.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Piange l’animale, ma io non gli dirò&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8230; questo Mugahîd mosse alla volta delle isole orientali della Spagna, vaste e fertili isole; le quali egli occupò e tennele fortemente. Da quelle, poi, col navilio assaltò la Sardegna, grande isola dei Rûm, l’anno quattrocentosei o quattrocentosette (giugno 1015-maggio 1017); insignorissi della più parte di cotesta isola e ne espugnò le fortezze. Alienandosi intanto da lui gli animi del suo gund (milizia) e sopravvenendo rinforzi dei Rûm, egli si proponeva di abbandonare la Sardegna, ansioso [di tornare in Spagna e] disperdere [i nemici] che cospiravano contro di lui, quando i Rûm gli piombarono addosso e presero la più parte delle sue navi.</p>
<p style="text-align: justify;">Io tengo da Abû ’al Hasan Nugabah ibn Yahya la seguente narrazione, ch’egli aveva sentita da Sarîh ibn Muhammad al Gurgâni. Io mi trovai, dicea [quest’ultimo] con Abû ’al Gays Mugahîd nella guerra di Sardegna. Egli era entrato con le navi [in un porto] dell’isola contro l’espresso ammonimento del suo primo pilota Abu Harûb, quando ecco levarsi un vento che ad una ad una gittò le nostre navi a terra; dove i Rûm non avean altra briga che di pigliare i nostri e ammazzarli. Ad ogni nave che vedea cadere nelle loro mani, Mugahîd rompeva in altissimo pianto; non potendo, né egli, né altr’uomo al mondo, dare aiuto ai musulmani in quel furor del mare e dei venti. Allora Abu Harûbci si fece incontro recitando questo verso: «Piange l’animale, ma io non gli dirò: Dio ti consoli; no, che quest’animale piange per dappocaggine». E continuava Abu Harûb: – Io l’avvertii bene di non ficcarsi qui; ma non mi dié retta –. Qui finisce la citazione di Al Gurgâni.</p>
<p><em>Dal libro Bugîat al Muqtabis di Ad Dabbî (sec. XII), versione del</em><em>l’Amari.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<ul>
<li>Salvatore Cambosu (2004) <em>Miele Amaro</em>, Nuoro, Ilisso, pp. 112-113. <a href="http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&amp;s=17&amp;v=9&amp;c=4463&amp;id=675">Scaricalo da qui.</a></li>
<li>L&#8217;immagine appartiene alla collezione <em>Molti, </em>di Antonio Biasiucci. <a href="http://www.museomadre.it/opere.cfm?id=972">Questa è la sua pagina</a> sul sito del museo MADRE di Napoli.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>

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		<title>Tentazioni leghiste in Barbagia</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Aug 2011 11:19:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Bussu]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Indipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[Lega Nord]]></category>
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		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>
		<category><![CDATA[Sardigna Natzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Lodine, 380 abitanti, è uno dei comuni che la manovra finanziaria potrebbe cancellare dalla Barbagia. Pur di evitare questa conseguenza nefasta, il sindaco Francesco Bussu dichiara di essere disposto ad un&#8217;alleanza con la Lega Nord, perché «loro hanno più forza, sono al governo e la pensano come noi in tutto.» Il sindaco Bussu appartiene al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_501" class="wp-caption alignright" style="width: 250px"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/08/jpg_2768129.jpg"><img class="size-full wp-image-501 " title="Francesco Bussu" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/08/jpg_2768129.jpg" alt="" width="240" height="183" /></a><p class="wp-caption-text">Francesco Bussu, sindaco di Lodine</p></div>
<p><strong>Lodine, 380 abitanti,</strong> è uno dei comuni che la manovra finanziaria potrebbe cancellare dalla Barbagia. Pur di evitare questa conseguenza nefasta, il sindaco Francesco Bussu dichiara di essere disposto ad un&#8217;alleanza con la Lega Nord, perché «loro hanno più forza, sono al governo e la pensano come noi in tutto.»</p>
<p>Il sindaco Bussu appartiene al partito indipendentista <em>Sardigna Natzione</em>. Oltre a contraddire uno dei principi fondanti del partito (quello della <em>non collaborazione </em> con le forze italianiste e unioniste), la sua dichiarazione è aberrante per almeno due motivi:</p>
<ol>
<li>È l&#8217;ennesima dimostrazione di come, in Sardegna, i rappresentanti di un gruppo che porta avanti una rivendicazione nei confronti della regione o dello stato si lascino sedurre facilmente da affiliazioni bizzarre, che sembrano poter offrire soluzioni semplici o &#8220;magiche&#8221; a problemi complessi. Mi viene da pensare al recente viaggio in elicottero di Flavio Briatore a Bitti per un incontro con alcuni rappresentanti del <em>Movimento Pastori Sardi</em>, durante il quale il proprietario del Billionaire ha promesso promozioni miracolose dei prodotti dei pastori, e ha dispensato i soliti consigli da quattro soldi alla comunità. Da quell&#8217;incontro ha preso le distanze Felice Floris, leader del <em>MPS</em>. Il punto è che spesso si preferisce tentare la strada della carità e dell&#8217;intervento paternalistico (Bussu: «ad appoggiare la nostra protesta per fortuna c&#8217;è anche il ministro Maroni»), anziché quella dell&#8217;unione delle forze &#8220;sane&#8221; nel portare avanti una protesta coerente e dignitosa.</li>
<li><strong>Ben più grave è il parallelo tra l&#8217;indipendentismo e il leghismo</strong>, che emerge chiaramente dalle esternazioni del sindaco. Già è difficile percorrere il campo minato dell&#8217;opinione pubblica in un momento nel quale l&#8217;affermazione del secessionismo leghista ha creato un clima di diffidenza verso chiunque sostenga battaglie per l&#8217;emancipazione delle comunità, e ha condannato ogni sforzo per recuperare e valorizzare le proprie radici linguistiche e storiche a puzzare del peggiore nazionalismo, al sospetto della gente, a dover premettere una giustificazione prima di parlare di folclore. Ha provocato, per reazione, un italianismo forzato che si deve opporre a quel disonesto tentativo di smembramento. Una sola dichiarazione come quella di Bussu polverizza in un istante ogni presa di distanza compiuta in questi anni dall&#8217;indipendentismo sardo moderno nei confronti del &#8220;pensiero&#8221; leghista, col quale non ha nulla da spartire. Poco conta che si parli di <em>SNI</em> o <em>Progres</em>: temo che per le masse distratte, il salto da <em>Sardigna no est Italia</em> alle cazzate sparate da Bossi con un filo di voce sia meno lungo del previsto, e che il danno ricada sull&#8217;<em>indipendentismo </em>in generale. Il rischio è che per un passo fatto in avanti, uno contrario equivalga a cento che riportano il dibattito indietro nel passato, con uno sforzo minimo.</li>
</ol>

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		<title>Emigrare, ritornare e provare rabbia</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 13:55:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo editoriale è apparso oggi sul primo numero di Sardegna 24, il nuovo quotidiano sardo diretto da Giovanni Maria Bellu (L'Unità). È un ottimo giornale, a pagina tre c'è un interessante inchiesta sugli sprechi della giunta Cappellacci in sfarzi misti per il varo della "flotta sarda", le pagine culturali dedicano spazio al festival di Gavoi e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<pre><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: 13px; line-height: 19px; white-space: normal;"><em>Questo editoriale è apparso oggi sul primo numero di Sardegna 24, il nuovo quotidiano sardo diretto da Giovanni Maria Bellu (L'Unità). È un ottimo giornale, a pagina tre c'è un interessante inchiesta sugli sprechi della giunta Cappellacci in sfarzi misti per il varo della "flotta sarda", le pagine culturali dedicano spazio al festival di Gavoi e ospiteranno un diario giornaliero dei 50 concerti di Paolo Fresu in giro per l'isola, <em>scritto di pugno dallo stesso artista</em>.</em></span></pre>
<pre><span style="font-family: Georgia, 'Times New Roman', 'Bitstream Charter', Times, serif; font-size: 13px; line-height: 19px; white-space: normal;"><em>

<div id="attachment_470" class="wp-caption aligncenter" style="width: 526px"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/07/5118134347_fcf07bca03_b.jpg"><img class="size-full wp-image-470   " title="5118134347_fcf07bca03_b" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/07/5118134347_fcf07bca03_b.jpg" alt="" width="516" height="344" /></a><p class="wp-caption-text">Foto: &quot;lost&quot;, Francesco Sanna</p></div>

</em></span></pre>
<p><strong>Chi vi scrive è un emigrato fortunato.</strong> Uno dei seicentomila sardi che hanno lasciato la Sardegna per lavorare altrove. Ma in una posizione di privilegio, comoda, protetta. All&#8217;inizio mi pareva strano che si usasse la stessa parola &#8211; emigrato &#8211; per operai e soldati, camerieri e minatori, gente che si spezza la schiena per mettere assieme il pranzo e la cena, e per categorie privilegiate quali gli imprenditori e, appunto, i giornalisti. Ne ho recuperato il senso generale lentamente, incontrando emigrati sardi in Italia e nel mondo, dagli Stati Uniti all&#8217;Australia, dalla Germania all&#8217;Argentina, e scoprendo che avevamo condiviso tutti, indipendentemente dalla professione e dal censo, lo stesso processo: la trasformazione della nostalgia in rabbia. E&#8217; un processo lento ma inesorabile. A un certo punto si esaurisce il piacere di perdersi nelle strade sconosciute e cominci a vedere il dolore e la solitudine metropolitani, poi un giorno l&#8217;acqua torbida di Ostia t&#8217;immalinconisce e la memoria del Poetto ti strugge, poi un altro giorno incontri in Somalia uomini che si uccidono per contendersi un pezzo di deserto e rivedi come un Eden gli spazi immensi della tua infanzia in Barbagia. E siccome avevi ormai cominciato a misurare le distanze col passo del luogo straniero, quei flash di memoria ti restituiscono il senso dell&#8217;essere la tua terra “quasi un Continente”. Scopri che quella definizione abusata, troppo spesso ripetuta, che ormai quasi ti irritava, è esatta: non esiste al mondo un altro luogo dove, in un così piccolo spazio, si concentri il mondo. Il passaggio dalla nostalgia alla rabbia è un viaggio a ritroso: cominci a rivedere la tua terra in ogni angolo del pianeta. E più lo giri, più la ritrovi: ti perseguita. Poi magari per il tuo lavoro ti capita d&#8217;incrociare le storie di uomini che lasciano la loro terra, rischiando la vita, spesso perdendola nel Mediterraneo, perché proprio non possono restare nel luogo dove sono nati, e allora ritrovi la consapevolezza della tua fortuna. Non è scontata la democrazia, non è scontato il benessere. Bisogna coltivarli. La democrazia va coltivata con lo stesso amore con cui si coltiva la terra. Cominci a notare le occasioni perdute e i talenti dissipati. Li ho visti, in queste settimane, mentre formavo la redazione di Sardegna24: decine e decine di curricula stellari, studi di eccellenza nelle migliori università del mondo, ed esperienze lavorative misere segnate da retribuzioni modeste e precarie. Il nostro futuro umiliato a favore degli amici degli amici, dei raccomandati, dei furbi. Rilevi che un tempo, quando sei partito, per lo meno agivano di nascosto, si vergognavano. Oggi, invece, quasi rivendicano come un valore la loro cialtroneria e la loro amoralità. Aguzzi lo sguardo e pensi che con tutta quella terra, con tutto quel mare, con tutta quella varietà, potremmo essere ricchi. Ricchi nella misura giusta: quella che dà a tutti i bambini che nascono le stesse opportunità. E constati che non solo non è così, ma che siamo gli ultimi. Gli ultimi nella pur misera ripresa del Paese, gli ultimi nella capacità di rivendicare i nostri diritti. Siamo minores – come i tiranni del malaffare che oggi come ieri dobbiamo buttare a mare – minores e patetici. Siamo giunti a utilizzare alcuni dei luoghi sacri della nostra memoria &#8211; Scintu, Dimonios – per coprire – come raccontiamo in questo nostro primo numero – l&#8217;incapacità di utilizzare le leggi per salvaguardare i nostri diritti. Povera Sardegna massacrata dai mediocri e dai vassalli. Povera Sardegna che umilia se stessa umiliando le sue migliori intelligenze. Povera terra mia trasformata nel bordello di un miliardario senza dignità. Può finire così una privilegiata esperienza migratoria. Semplicemente con la rabbia che nasce dall&#8217;indignazione. Non esiste il giornalismo obiettivo. Esiste il giornalismo onesto. E&#8217; la più importante tra le cose che ho imparato da Eugenio Scalfari quando, più di vent&#8217;anni fa, andai a lavorare a Repubblica. Non esiste il giornalismo asettico, esiste il giornalismo che offre un punto di vista sul mondo, come abbiamo tentato di fare in questi ultimi anni con Concita De Gregorio a l&#8217;Unità. Esiste solo il giornalismo che riferisce la verità sostanziale dei fatti, senza travisamenti e senza censure. Il giornalismo che informa. Quello dove i lettori comprano i giornali non per contare i morti, ma per capire i vivi. E&#8217; un lavoro duro che richiede pazienza e umiltà. Gli editori di questo giornale mi hanno garantito assoluta autonomia, e la eserciterò in pieno. Sarete voi, i lettori, a giudicare. E sarete voi stessi i protagonisti di questo progetto, perché Sardegna24 è il giornale che avete tra le mani, ma anche un sito internet, una radio. Una “piattaforma multimediale” aperta al contributo di tutti. Oggi, in questo primo numero, ho pensato che la cosa più onesta fosse rendere esplicite le motivazioni. Secondo la lezione di uno dei più grandi report del nostro tempo, Ryszard Kapuscinski, credo nel giornalismo che cambia la realtà e dà voce agli ultimi.</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Maria Bellu - <a href="http://www.sardegna24.net/">http://www.sardegna24.net/</a></p>

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		<title>Letture / giugno 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 10:24:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Gramsci]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>

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		<description><![CDATA[Un classico riscoperto. Vita di Antonio Gramsci non lo troverete certo in libreria nello scaffale delle novità: la prima edizione (Laterza) risale al 1966. Nel frattempo gli studi su Gramsci sono andati avanti, sono state pubblicate nuove edizioni critiche dei suoi Quaderni ed è stata pubblicata molta della sua corrispondenza in varie raccolte. Sulla sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/vita-di-antonio-gramsci.jpg"><img class="size-medium wp-image-407 alignleft" title="vita di antonio gramsci" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/vita-di-antonio-gramsci-173x300.jpg" alt="" width="173" height="300" /></a></p>
<h2 style="text-align: justify;">Un classico riscoperto.</h2>
<p style="text-align: justify;"><em>Vita di Antonio Gramsci </em>non lo troverete certo in libreria nello scaffale delle novità: la prima edizione (Laterza) risale al 1966. Nel frattempo gli studi su Gramsci sono andati avanti, sono state pubblicate nuove edizioni critiche dei suoi <em>Quaderni</em> ed è stata pubblicata molta della sua corrispondenza in varie raccolte. Sulla sua figura è stato scritto di tutto: negli ultimi anni, poi, è rientrato di prepotenza nel linguaggio della politica e nello scenario mediatico, e le sue parole vengono ora utilizzate, spesso indiscriminatamente, da più parti e in molteplici occasioni &#8211; talvolta senza contesto, e piegate al fine di avallare la tesi di turno. Proprio per questo (ri)leggere oggi questo libro è estremamente salutare, perché aiuta a ricomporre questa centrifuga di pensieri entro i limiti di quella che fu la straordinaria coerenza e integrità del pensatore sardo. Fiori non perde mai di vista i punti fermi del suo pensiero: rifiuto del settarismo, scarsa disponibilità a &#8220;carcerarsi dentro formule magiche immutabili in qualsiasi momento storico&#8221;, importanza della filologia e rigore metodologico. È singolare che molti fra i suoi scritti vengano utilizzati oggi, invece, proprio come delle pillole cristallizzate, dei <em>passepartout</em> applicabili a qualsiasi momento storico, citazioni autorevoli ma impiegate in modo a-critico e che proprio per questo infrangono uno dei principi elementari del suo pensiero.<sup>[<a href="#letture-giugno-2011-n-1" class="footnoted" id="to-letture-giugno-2011-n-1">1</a>]</sup></p>
<p style="text-align: justify;">Il grande merito della prosa di Fiori è quello di saper fornire in modo agile un quadro dettagliato e ben strutturato di questo incontenibile universo del sapere e del contesto storico di riferimento, anche quando si tratta di dover ricomporre momenti in cui l&#8217;attività politica di Gramsci si era fatta densissima, e gli avvenimenti precipitavano senza controllo. Fiori conserva in ogni pagina quell&#8217;incedere travolgente caratteristico della sua scrittura (leggete il suo magnifico romanzo <em>Sonetàula</em>) e articola il resoconto di una vita tanto gravosa con grande leggerezza, riuscendo del tutto nell&#8217;intento di dare &#8220;di Gramsci un ritratto a figura intera, con i tuffi del sangue e della carne&#8221;. Un libro che si chiude con una lacrima.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(Giuseppe Fiori, <em>Vita di Antonio Gramsci, </em>2003, Nuoro, Ilisso.)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
<h2>Un libro per l&#8217;indipendenza.</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/la-vera-storia-della-bandiera-dei-sardi.jpg"></a></p>
<p><img class="size-full wp-image-418 alignright" title="la vera storia della bandiera dei sardi" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/la-vera-storia-della-bandiera-dei-sardi.jpg" alt="" width="180" height="252" /></p>
<p style="text-align: justify;">I quattro mori sono sempre stati, a memoria d&#8217;uomo, il simbolo riconoscibile della comunità sarda; una bandiera sventolata in migliaia di occasioni diverse, dai concerti del primo maggio a Roma fino alle recenti rivolte del movimento dei pastori, passando per l&#8217;etichetta della birra <em>Ichnusa</em>. Emblema della fierezza nazionale, veicolo per la rivendicazione di un&#8217;appartenenza specifica. Risalire il fiume dell&#8217;orgoglio col quale questo simbolo viene spesso ostentato, però, rivela ad uno studio attento alcune sorprese straordinarie, e richiede lo sforzo di accantonare ogni preconcetto prima di proseguire per la via che porta, attraverso una narrazione ricchissima di fonti, alla scoperta dei molteplici e contraddittori significati della bandiera sarda.</p>
<p style="text-align: justify;">I quattro mori fanno la loro prima apparizione nel 1281, impressi su un sigillo del re Pietro III di Aragona <em>il Grande</em>, ma dovrà passare ancora molto tempo prima che la bandiera diventi il simbolo dell&#8217;isola e dei suoi abitanti nell&#8217;immaginario collettivo. In mezzo c&#8217;è Mariano IV, divenuto giudice di Arborea nel 1347, e la storia sommersa di come unì il popolo sardo sotto una sola bandiera, quella dell&#8217;albero deradicato verde in campo bianco, lottando contro i catalano-aragonesi e confinandoli nelle roccaforti di Cagliari e Alghero. L&#8217;albero, che inizialmente simboleggiava il giudicato insieme ai <em>pali</em> catalani, si fece largo rapidamente fino ad eliminare del tutto l&#8217;elemento iberico, e diventò così il primo vessillo di origine autoctona con cui i sardi arrivarono ad un soffio dall&#8217;indipendenza. Ma la sconfitta dei sardi giudicali e la vittoria dei catalano-aragonesi del 1409, nella piana di Sanluri, seppellì gli avvenimenti sotto un cumulo di macerie, depositate con cura anche dalla classe intellettuale sarda che nei secoli a venire lavorerà soprattutto per compiacere la classe dominante di turno, condannando così la storia nazionale a cadere nell&#8217;oblio, in cambio di precari riconoscimenti e di un&#8217;integrazione sospirata a lungo, e mai ottenuta completamente. Lo stesso triste destino toccherà all&#8217;altra rivoluzione mancata, quella anti-piemontese guidata da Giovanni Maria Angioy verso la fine del &#8217;700, prontamente rimossa dalla memoria collettiva e rispolverata solo quando gli animi si erano raffreddati abbastanza da poterla ammirare comodamente in un museo.</p>
<p style="text-align: justify;">La bandiera dei quattro mori porta dunque con sé una carica simbolica zeppa di contraddizioni: da simbolo del popolo invasore, passerà a rappresentare l&#8217;orgoglio e il militarismo dei sardi, un impulso che dal XVI secolo si trascinerà fino all&#8217;età moderna per dare vita a quel <em>sardismo</em> che prende le mosse dal sentimento di fierezza e abnegazione dei reduci della <em>Brigata Sassari</em>. Fierezza per le proprie origini sarde e ardore patriottico italiano, ovvero <em>orgoglio e integrazione</em>. Una confusione semantica che porta oggi la regione Sardegna ad aver adottato i quattro mori come proprio simbolo ufficiale, dichiarando per iscritto che la loro origine resta ancora avvolta nell&#8217;incertezza, ma che il simbolo, certamente, <em>da molti secoli identifica la Sardegna e il suo popolo nella sua unità e nella sua volontà di essere libero.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>(Franciscu Sedda, <em>La vera storia della bandiera dei sardi, </em>2007, Cagliari, Condaghes.)</strong></p>

<ol class="footnotes">
	<li class="footnote" id="letture-giugno-2011-n-1"><strong><sup>[1]</sup></strong> Vedi anche Antonio Pigliaru, <em>L&#8217;eredità di Gramsci e la cultura sarda, </em>2008, Nuoro, Il Maestrale. <a class="note-return" href="#to-letture-giugno-2011-n-1">&#x21A9;</a></li></ol>
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		</item>
		<item>
		<title>La cassazione conferma il referendum sul nucleare, si vota il 12 e 13 giugno</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 14:19:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Sardegna]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa mattina la Corte di Cassazione ha confermato che il 12 e il 13 giugno si voterà anche per il quesito sull&#8217;abrogazione delle norme a favore del ritorno del nucleare in Italia. Nei giorni scorsi il governo ha provato spudoratamente ad aggirare l&#8217;ostacolo, approvando delle nuove norme (art. 5, commi 1 e 8) nel decreto Omnibus [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_377" class="wp-caption alignright" style="width: 300px"><a href="http://www.flickr.com/photos/dottfonk/4783059777/in/photostream/"><img class="size-full wp-image-377 " title="4783059777_3fd643e9d6_b" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/4783059777_3fd643e9d6_b.jpg" alt="" width="290" height="407" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;No nuke! si autodeterminazione!&quot; - © Dr. Fonk, Sardegna. Fumetti ribelli!, dall&#39;album http://www.flickr.com/photos/dottfonk/</p></div>
<p>Questa mattina la Corte di Cassazione ha confermato che il 12 e il 13 giugno si voterà anche per il quesito sull&#8217;<strong>abrogazione delle norme a favore del ritorno <strong>del nucleare </strong>in Italia. </strong>Nei giorni scorsi il governo ha provato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=zWsxy4ZsLJw">spudoratamente</a> ad aggirare l&#8217;ostacolo, approvando delle nuove norme (art. 5, commi 1 e 8) nel decreto <em>Omnibus </em>(che serve a parare temporaneamente il culo alla maggioranza, in modo da far calmare le acque dopo il disastro di Fukushima) e cancellando quelle che i quesiti referendari chiedevano di abrogare. Si è cercato così di vanificare gli stessi quesiti proposti dall&#8217;IDV; in un momento in cui l&#8217;opinione pubblica è scossa dal disastro giapponese, il referendum rischia infatti di replicare in Italia lo straordinario successo ottenuto in <strong>Sardegna</strong>, dove il Si ha vinto con il 97,64% delle preferenze e il quorum è stato abbondantemente superato.</p>
<p>Stavolta, però, il referendum sul nucleare trascina con sé anche quello per l&#8217;<strong>acqua pubblica</strong><em> </em>e quell&#8217;altro contro il <strong>legittimo impedimento, </strong>che <em>sembra </em>costituire la maggior preoccupazione per il vecchio. Insomma: per non rischiare di perdere la giustificazione ogni volta che lo chiamano a presentarsi in tribunale, Berlusconi ha preferito lasciar perdere (momentaneamente) quello che <a href="http://www.youtube.com/watch?v=KU1C6JhF-A0">fino a poco tempo fa</a> era uno dei cavalli di battaglia della politica energetica del suo governo. Ad ogni modo, la Cassazione ha deciso di trasferire il referendum sulle nuove norme, perché cambiano le parole e gli articoli ma non cambia la sostanza: il nucleare è e rimane una realtà, e devono essere gli elettori a decidere.</p>
<p>A costo di suonare ovvio, ricordo che anche stavolta è necessario votare <strong>SI per tutte e quattro le schede.</strong></p>
<p>Sono riuscito a recuperare in rete un paio di volantini che vi invito a <strong>stampare e diffondere </strong>il prima possibile. In Sardegna, dopo il trionfo del 15 e 16 maggio, in molti sono convinti che il pericolo sia stato finalmente messo da parte (soprattutto coloro che non hanno accesso alla rete), e non hanno le idee chiare riguardo le date del 12 e 13 giugno (<em>si vota di nuovo? ma non abbiamo già votato?</em>). L&#8217;AGCOM ha già sollecitato le reti RAI a trasmettere lo spot negli orari di massimo ascolto, ma c&#8217;è da scommettere che non lo vedremo passare molto spesso; diffondiamo quindi la notizia con chi non può informarsi o è troppo pigro per farlo.</p>
<p>Se avete altro materiale a disposizione segnalatelo per email o nei commenti e pubblicherò subito un link su questa pagina!</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/volantino.pdf">volantino n. 1</a> &#8211; <a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/06/volantino2.pdf">volantino n. 2</a></strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><br />
</strong></p>
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		<title>L’Uomo di Porlock</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 10:54:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianpiero Addis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[pessoa]]></category>

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		<description><![CDATA[La storia marginale della letteratura registra come curiosità il modo in cui fu composto e scritto il Kubla Khan di Coleridge. Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese &#8211; la più grande, a parte la greca, di tutte le letterature. E la straordinarietà dell&#8217;intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_359" class="wp-caption aligncenter" style="width: 576px"><a href="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/04/FernandoPessoa_AlmadaNegreiros.jpg"><img class="size-full wp-image-359" title="FernandoPessoa_AlmadaNegreiros" src="http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2011/04/FernandoPessoa_AlmadaNegreiros.jpg" alt="" width="566" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Almada Negreiros, Ritratto di Fernando Pessoa (particolare), 1954</p></div>
<p>La storia marginale della letteratura registra come curiosità il modo in cui fu composto e scritto il <em>Kubla Khan </em>di Coleridge.</p>
<p>Questo quasi-poema è uno dei più straordinari della letteratura inglese &#8211; la più grande, a parte la greca, di tutte le letterature. E la straordinarietà dell&#8217;intreccio coesiste e si fonde con la straordinarietà della sua origine.</p>
<p>E&#8217; stato composto, racconta Coleridge, in sogno. Egli soggiornava di tanto in tanto in una tenuta solitaria, fra il villaggio di Porlock e quello di Linton. Un giorno, per effetto di un sedativo che aveva preso, si addormentò; dormì tre ore, durante le quali, dice, compose l&#8217;opera, poiché le immagini e le espressioni verbali che corrispondevano loro si originavano nella sua mente parallelamente e senza sforzo.</p>
<p>Una volta sveglio, pensò di scrivere quello che aveva composto; aveva già scritto una trentina di versi, quando gli venne annunciata la visita di un &#8220;uomo di Porlock&#8221;. Coleridge si sentì obbligato a riceverlo. Passò con lui quasi un&#8217;ora. Ma al momento di rimettersi a trascrivere quello che aveva composto in sogno, si accorse di essersi dimenticato il  resto; si ricordava solo il finale del testo &#8211; altri ventiquattro versi.</p>
<p>E&#8217; così che ci è giunto il <em>Kubla Khan</em> come frammento o frammenti, il principio e la fine di qualcosa di pauroso, di un altro mondo, raffigurato in termini di mistero che l&#8217;immaginazione umana non può concepire, e di cui ignoriamo, con un brivido, quale sarebbe potuta essere la trama. Edgar Poe (discepolo, che lo sapesse o meno, di Coleridge) non ha mai raggiunto, in versi o in prosa, l&#8217;Altro Mondo in modo così spontaneo o con la stessa sinistra pienezza. In Poe, pur con tutta la sua freddezza, rimane qualcosa di nostro, sebbene in forma negativa; nel <em>Kubla Khan</em> tutto è altro, tutto è Aldilà; e ciò che non si riesce a decifrare accade in un Oriente impossibile, ma che il poeta ha visto davvero.</p>
<p>Non si sa &#8211; Coleridge non ce lo ha detto &#8211; chi fosse quell&#8217;Uomo di Porlock che tanti, come me, avranno maledetto. Sarà stato per una coincidenza fortuita che è spuntato questo seccatore sconosciuto a disturbare una comunicazione fra l&#8217;abisso e la vita? Sarà sorta, tale apparente coincidenza, da qualche occulta presenza reale, di quelle che sembrano impedire di proposito la rivelazione dei Misteri, anche se intuitiva e lecita, o la trascrizione dei sogni, se in essi sia latente qualche forma di questa rivelazione?</p>
<p>Comunque sia, credo che il caso di Coleridge rappresenti &#8211; in forma esasperata, destinata a dar vita a una allegoria vissuta &#8211; ciò che capita a tutti noi quando in questo mondo tentiamo, con la sensibilità per cui si fa arte, di comunicare, falsi pontefici, con l&#8217;Altro Mondo di noi stessi.</p>
<p>Il fatto è che tutti noi quando componiamo, anche se siamo svegli, è come se lo facessimo in sogno. E a tutti noi, anche se nessuno viene a trovarci, si presenta dal nostro intimo &#8220;l&#8217;Uomo di Porlock&#8221;, il seccatore inatteso. Tutto quanto veramente pensiamo o sentiamo, tutto quanto veramente siamo subisce (quando lo esprimiamo anche solo a noi stessi) l&#8217;interruzione fatale di quel visitatore che siamo noi, di quella personalità estranea che ciascuno di noi ha in sé, più reale, nella vita, di noi stessi: la somma vivente di ciò che impariamo, di ciò che pensiamo di essere e di ciò che desideriamo essere.</p>
<p>Questo visitatore &#8211; perennemente sconosciuto perché, <em>pur essendo noi</em>, &#8220;non è nessuno&#8221; -, questo seccatore &#8211; perennemente anonimo perché, <em>pur essendo vivo</em>, è &#8220;impersonale&#8221; &#8211; tutti noi lo dobbiamo ricevere, per debolezza nostra, fra l&#8217;inizio e la fine di una poesia concepita per intero, che non permettiamo a noi stessi di vedere scritta. E quello che di tutti noi, artisti grandi o piccoli, sopravvive realmente, sono frammenti di ciò che non sappiamo cosa sia, ma che sarebbe, se ci fosse stato, l&#8217;espressione stessa della nostra anima.</p>
<p>Fossimo capaci di essere fanciulli, per non avere visite, né visitatori che ci sentiamo obbligati a ricevere! Ma non vogliamo far aspettare chi non esiste, non vogliamo offendere l&#8217;&#8221;estraneo&#8221; che <em>è noi</em>. E così, di quello che sarebbe potuto essere, resta solo ciò che è; della poesia, o delle <em>opera omnia</em>, solo il principio e la fine di qualcosa andato perduto &#8211; <em>disiecta membra</em> che, come disse Carlyle, sono ciò che resta di ogni poeta, o di ogni uomo.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>[Fernando Pessoa, <em>Obras em Prosa</em>, cura, introduzione e note di Cleonice Berardinelli, Nova Aguilar, Rio de Janeiro, 1974, III, 398-400. Traduzione in <em>Pagine Esoteriche</em>, a cura di Silvano Peloso, Adelphi, Milano, 1997.]</p>

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